VIDEO Pontinia come la terra dei fuochi, così per anni i rifiuti pericolosi finivano nei terreni

14/06/2019 di

 «Smokin’ fields», terreni fumanti. Questo il nome dell’inchiesta che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 23 persone e al sequestro di aziende, appezzamenti, mezzi nonché di oltre un milione di euro da parte della polizia Stradale di Aprilia e del Nucleo investigativo di polizia ambientale forestale-Nipaaf del Gruppo carabinieri di Latina.

Agli indagati vengono contestati i reati di concorso in traffico illecito di rifiuti, nonché, per alcuni di loro, anche falso ideologico in atto pubblico nella predisposizione di certificati di analisi, abbandono di rifiuti e discarica abusiva, e infine l’intralcio all’attività di vigilanza e controllo ambientale.

Per anni i campi nell’Agro Pontino sono stati utilizzati come discariche abusive, con rifiuti sotterrati e sversamenti incontrollati. L’odore acre e maleodorante avvolgeva la pianura laziale, con continue segnalazioni da parte di cittadini e residenti.

Ed è proprio dalle denunce di alcuni comitati della città di Pontinia che l’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, ha preso piede nel 2014. Gli investigatori hanno scandagliato il territorio metro per metro, attraverso rilevazioni fotografiche anche satellitari, oltre a video aerei e intercettazioni telefoniche e ambientali. Secondo quanto accertato dalle analisi e dai campionamenti effettuati sui terreni, un’azienda locale, la SEP, spacciava per compost materiale che, in realtà, era classificato come rifiuto.

La società, inoltre, sversava il materiale prodotto non solo in zone vicine all’azienda ma anche in terreni agricoli della provincia di Roma, scavando in alcuni casi anche delle profonde buche con le ruspe. L’inchiesta ha accertato poi che gran parte del materiale pericoloso veniva portato in una discarica non autorizzata per tali rifiuti risparmiando, secondo l’accusa, oltre un milione di euro.

«Abbiamo proceduto anche ad un sequestro preventivo pari a circa un milione di euro», ha detto nel corso di una conferenza stampa il procuratore facente funzioni di Roma, Michele Prestipino. Gli inquirenti hanno spiegato che il danno ambientale è «enorme». «Nei terreni in cui è stato interrato il finto compost sono piantati anche olivi e granturco e sono attigui ad altre piantagioni – hanno spiegato -: il rischio che tramite le falde acquifere questo materiale possa aver inquinato le coltivazioni c’è ed è reale».

IL COMUNICATO STAMPA. I carabinieri forestali del Nipaf e gli agenti della Polizia stradale hanno apposto i sigilli all’impianto Sep di Pontinia. L’inchiesta della Dda di Roma è affidata ai pm Alberto Galanti e Rosalia Affinito e coordinata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino. L’ordinanza del Tribunale di Roma ha disposto 18 sequestri preventivi, 6 perquisizioni domiciliari e 6 perquisizioni locali, oltre al blocco di conti correnti per piu’ di 1 milione di euro così come chiesto dalla Procura di Roma Direzione distrettuale Antimafia al termine dell’indagine condotta dal Gruppo Carabinieri Forestale di Latina – Nipaaf e dal Compartimento della Polizia Stradale Lazio e Umbria – Sezione Polstrada di Latina – Distaccamento di Aprilia.

SEQUESTRI. Con l’ausilio dei Carabinieri Forestale dei Gruppi di Roma, Frosinone, Napoli e Salerno e dei relativi Reparti territoriali egli omologhi reparti della Polstrada, l’apporto tecnico del Raggruppamento Aeromobili Carabinieri di Pratica di Mare e il Reparto Volo della Polizia di Stato di Roma, si sta procedendo al sequestro dei seguenti beni:
tre aziende operanti nel campo della gestione di rifiuti, due in Provincia di Latina ed una in Provincia di Roma;
una discarica di proprietà di una società di Roma;
quattro appezzamenti di terreno (due a Pontinia e due a Roma);
dieci mezzi (tra autocarri, trattori, semirimorchi, escavatori);
nonché il sequestro preventivo, anche per equivalente, del profitto del reato di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti (art. 452 quaterdecies C.P.) quantificato in più di 1 milione di euro (1.013.489,21) nei confronti di tutti gli indagati coinvolti;

23 INDAGATI. Contestualmente alla notifica dei sequestri sono state eseguite 6 perquisizioni, sia domiciliari che presso laboratori di analisi nelle province di Roma, Frosinone e Napoli. Le persone indagate sono 23 oltre ai rappresentanti delle tre aziende. I reati contestati sono per tutti gli indagati concorso in traffico illecito di rifiuti, nonché, per alcuni di essi, anche il falso ideologico in atto pubblico nella predisposizione di certificati di analisi, abbandono di rifiuti e discarica abusiva, e infine l’intralcio all’attività di vigilanza e controllo ambientale. Per le aziende inoltre viene contestato l’illecito amministrativo da reato, in quanto il reato di traffico illecito di rifiuti è stato commesso nell’interesse e a vantaggio delle società coinvolte. (D.Lgs. n. 231/2001).

ESPOSTI DAL 2014. «L’attività investigativa, iniziata a partire dal 2014, è scaturita dai continui esposti di numerosi comitati presenti in comune di Pontinia – si legge in una nota congiunta di carabinieri forestali e polizia stradale – per l’emissione di miasmi maleodoranti provenienti, in particolare, da un’azienda produttrice di compost».
Le indagini sono state condotte per mesi, in maniera coordinata, da Polizia Stradale di Aprilia e Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale Forestale – NIPAAF, del Gruppo CC di Latina «con sopralluoghi e servizi sul territorio corredati da rilievi fotografici e con ricorso anche a penetranti strumenti tecnologici quali videoriprese da elicottero con telecamere di rilevazione geotermica, intercettazioni telefoniche ed ambientali, localizzazione di autoveicoli e telefoni cellulari con sistemi di rilevamento satellitare».

Gli accertamenti iniziali del NIPAAF di Latina e delle Stazioni Carabinieri Forestale hanno permesso di appurare «che il materiale prodotto dall’azienda non poteva qualificarsi come compost, ovverossia come un materiale che serve da ammendante per i terreni e quindi per migliorare la qualità degli stessi, bensì come rifiuto; da continui e numerosi campionamenti effettuati, grazie al supporto tecnico di analisi effettuate da strutture pubbliche quale l’Arpa Lazio, sezione di Latina, (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) si è potuto riscontrare il superamento di diversi parametri previsti dalla normativa di settore, inerente al corretto utilizzo di fertilizzanti e prodotti affini».

INTERCETTAZIONI. Le attività sono poi proseguite, in continua e costante sinergia tra i due Reparti investigativi, (Polizia Stradale di Aprilia e NIPAAF di Latina) anche mediante riprese video dagli elicotteri del Reparto Volo della Polizia di Stato, nonché con intercettazioni telefoniche ed ambientali a carico dei presunti responsabili delle gestioni illecite di rifiuti. «Si è potuto così constatare che il materiale prodotto dalla società di Pontinia veniva sversato in terreni non solo in zone vicine all’azienda stessa ma anche presso terreni siti a in provincia di Roma. Oltre ad appurare che il sedicente compost, anche solo visivamente, non poteva classificarsi tale, si è accertato che gran parte di esso veniva interrato presso una discarica, sempre della provincia di Roma, proprio al fine di nascondere la cattiva qualità del bene prodotto» spiegano gli investigatori.

Tutti gli indagati – spiegano gli inquirenti – nelle diverse qualifiche di amministratori, dipendenti delle società nonché di autisti di mezzi, proprietari dei terreni dove veniva spanso il compost, al fine di conseguire un ingiusto profitto, (consistente nel mancato costo di smaltimento dei rifiuti prodotti dall’impianto di Pontinia, derivanti dalla raccolta differenziata dei Comuni della Provincia di Latina, indicato come “compost di qualità”, usato come materia prima e segnatamente come ammendante in agricoltura, rispetto al conferimento in discariche autorizzate per rifiuti non pericolosi, operazione che sarebbe stata invece corretta in relazione alla composizione chimica del rifiuto) con più operazioni e attraverso l’allestimento di mezzi ed attività continuative organizzate tra il 2014 e il 2018 gestivano abusivamente ingenti quantitativi (in quantità non inferiore a 57.577.500 tonnellate) di rifiuti speciali non pericolosi e segnatamente “compost fuori specifica” e percolato, trasportando, cedendo e abbancando detti rifiuti in più terreni trasformati in discariche abusive nonché presso una discarica non autorizzata per tali rifiuti, conseguendo un risparmio di spesa valutabile in euro 1.013.489,21 limitatamente sulla quota parte pari a 7.980,23 tonnellate di compost prodotto e campionato da ARPA)».

LA SEP DI PONTINIA. «L’impianto della società di Pontinia, formalmente adibito e autorizzato al recupero di rifiuti mediante produzione di “compost di qualità” (materia prima derivante dal trattamento dei rifiuti) produceva stabilmente, in violazione dell’autorizzazione AIA ingenti quantitativi di rifiuto, come attestato dalle numerose analisi condotte da ARPA Lazio, sezione di Latina, anche in epoche diverse (negli anni 2014, 2015, 2016, 2017) essendo il materiale prodotto, per uno o più parametri, non conforme a quanto previsto dalla normativa di settore (D.Lgs. n. 75/2010); pertanto esso non poteva essere sversato quale ammendante in fondi agricoli ma doveva essere classificato quale rifiuto e come tale smaltito presso discarica autorizzata» si legge nella nota. «Inoltre in almeno 55 occasioni venivano scaricati rifiuti costituiti da compost fuori specifica e percolato di processo provenienti dalla società di Pontinia all’interno della discarica».

Le altre società sequestrate sono le aziende che svolgono rispettivamente la gestione di alcune fasi della lavorazione del materiale in ingresso proveniente dalla raccolta differenziata dei comuni e la ditta che gestisce i trasporti, dunque i mezzi che effettuano i movimenti dall’impianto di Pontinia alla discarica romana.

TERRENI FUMANTI. L’operazione, denominata “smokin’ fields” deriva dal fatto che i terreni sui quali veniva effettuato lo spandimento del compost, letteralmente “fumavano”, segno evidente di una mancata maturazione del materiale, che invece continuava a fermentare in corso d’opera, contravvenendo in tal modo ai più elementari principi di rispetto dell’ambiente, a cui si sarebbero dovuti attenere i responsabili degli impianti sequestrati.