Morphe Arreda

Al Torino Film Festival il documentario sul padre di Roger Waters caduto ad Aprilia

29/11/2017 di

Harry Shindler oggi è un vitale vecchietto di 95 anni che vive a San Benedetto del Tronto, vedovo di una moglie italiana e con un figlio a Roma. Pochi lo sanno, ma quest’uomo è una leggenda anche per un mito come Roger Waters dei Pink Floyd.

Motivo? È stato lui a ricostruire le ultime ore del padre del musicista, ovvero Eric Flechter Waters, sottotenente inglese caduto a febbraio del ’44 nelle campagne di Aprilia e a identificare anche il punto esatto del suo ultimo combattimento.

D’altronde, quello che racconta il documentario di Bruno Bigoni, My War is not Over passato oggi in selezione ufficiale al TFF, è l’appassionato lavoro di questo ex veterano capace di fare luce su casi e vicende irrisolte dell’avanzata alleata in Italia. Poco più che ventenne, nel 1944, il soldato semplice inglese Harry Shindler sbarcò ad Anzio e risalì poi l’Italia per combattere una guerra che segnò la sua esistenza.

Questa giovanile esperienza lo ha reso, a tutti gli effetti, un cacciatore di memoria affidabile ed esperto. E così, ancora oggi, continuano ad arrivare al suo indirizzo appelli, richieste di reduci o parenti che vorrebbero conoscere il destino di un soldato scomparso, trovare la sepoltura di un combattente al fronte o rintracciare un relitto.

Questo suo lavoro, svolto in una casa piena di faldoni, archivi, volumi, relitti e foto della Seconda Guerra Mondiale, non gli porta nessun denaro. Per lui conta solo la memoria. E questo perché, tra l’altro, è convinto che anche la lunga attuale pace dell’Occidente nasca e si nutra di quella memoria che ci fa capire quanto sia orribile la guerra.

Ad esempio nel caso del padre di Roger Waters, il musicista sapeva bene della morte del padre, ma quello che lui e la sua famiglia non sapevano era dove fosse caduto e dove riposassero le sue spoglie. Grazie a Shindler, Waters non solo ha recuperato la cronaca dell’accaduto, ma anche un luogo per onorare la memoria paterna.

«Non lo faccio per sentirmi dire grazie, ma perché è un dovere salvaguardare la memoria di uomini e fatti che hanno attraversato anni così importanti per la storia di tutti noi – dice Harry Shindler -. Fra non molto anche l’ultimo di noi, reduci di questa tragedia gigantesca, non ci sarà più. Il tempo cancellerà i ricordi dei vivi disperdendo nel nulla il sacrificio di un’intera generazione. Anche se avrò salvato solo dieci vite dall’oblio avrò fatto il mio dovere».

Il documentario, tratto dal libro omonimo a firma dello stesso Shindler e Marco Patucchi, spiega il regista Bruno Bigoni: «Dice una cosa importante. Ogni visita a una tomba di un soldato morto nella seconda guerra mondiale è un dialogo in cui le risposte precedono tutto quanto noi possiamo dire. Hanno dato la loro vita e noi siamo venuti qui per ascoltare cosa hanno da dire su di noi. In questi luoghi, alle fine, è custodito tutto ciò che abbiamo fatto di buono dalla fine della guerra».