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Archeologia e metro, le scoperte a Roma

L’Ateneo di Adriano, che potrà essere in parte riportato alla luce in piazza Venezia, tra il palazzo delle Generali e la Chiesa della Madonna di Loreto, ma anche una officina metallurgica altomedievale, chissà forse addirittura la zecca di Teodorico, riscoperta nella stessa zona, insieme a tanti altri dati che arricchiscono la conoscenza della storia e della topografia antica. Con i suoi 39 chilometri di gallerie e collegamenti verticali nel sottosuolo della capitale, i lavori per la realizzazione della linea C della metropolitana sono stati anche un’occasione altrimenti impensabile per l’archeologia. A raccontarlo, con una serie di studi che danno conto dell’enorme lavoro di ‘archeologia preventivà fatto nei 38 cantieri di prima fase e altrettanti di seconda tra il 2006 e il 2009, è un volume speciale del Bollettino d’Arte del ministero dei beni culturali (a cura di Roberto Egidi, Fedora Filippi e Sonia Martone) che sarà presentato oggi a Palazzo Massimo. Un libro voluto per informare, spiega il segretario generale del ministero e commissario straordinario per l’archeologia romana Roberto Cecchi, ma anche per dimostrare, risultati alla mano, che «archeologia e infrastrutture non sono incompatibili, anzi». Tanto che un’accorta campagna di scavi ha saputo produrre conoscenza scientifica senza intralciare investimenti e tempi per la nuova metro. Il segreto è il progetto, sottolinea Cecchi, «il progetto vero, fatto con un meccanismo di verifica», sostiene, si è dimostrato il vero metodo per mettere d’accordo le ragioni della tutela con quelle della modernità. Il risultato non ha deluso. Ci sono state alcune scoperte decisamente importanti, come quella dell’Ateneo che l’imperatore Adriano fece costruire a sue spese nel 133 dopo Cristo per ospitare poeti, retori, filosofi, scienziati e magistrati, chiamati a gareggiare a colpi di orazioni, versi, dibattiti infuocati. Poco più in là, in piazza Sant’Andrea della Valle, il ritrovamento di un tratto di colonnato ha fatto individuare l’impianto di un quadriportico monumentale, forse il Ginnasio di Nerone. Dalla Roma imperiale a quella alto medievale: sempre nell’area di Piazza Venezia, racconta la medievista Mirella Serlorenzi, gli scavi hanno permesso di ricostruire passo passo le trasformazioni di quel lembo di città dall’antichità fino ad oggi con le tabernae romane affacciate sulla centrale via Lata (quella che fuori dall’urbe era la via Flaminia) che nel VI secolo, alla vigilia delle guerre greco gote, si trasformano officine metallurgiche. Anzi, tutta la zona sembra riconvertita in quartiere produttivo con un grande impianto per la lavorazione del rame anche dentro una delle aule adrianee, che farebbe pensare ad una grande officina sotto il controllo imperiale. Sia la zecca di Teodorico o no, se confermata, questa scoperta sarebbe eccezionale, visto che fino ad oggi gli storici erano convinti che in quel tempo a Roma il rame non si lavorasse più. E non solo. Nell’area di Piazza Venezia un altro scavo ha riportato alla luce piatti e boccali che nel 1500 l’Ospedale di Santa Maria dei Fornari distribuiva ai suoi malati, un servizio completo (boccale per l’acqua, boccale per vino e un piatto a cui si aggiungono i bicchierini per le medicine), in alcuni casi anche decorato che alla morte del malato veniva gettato via per evitare contagi. I tanti materiali ritrovati, spiega la studiosa, dovranno ora essere studiati in attesa dei nuovi più approfonditi scavi. Intanto, dopo il volume speciale del bollettino, e proprio sulla base delle esperienze fatte in questi anni, uscirà, firmato da Rossella Rea, un Manuale di Archeologia Preventiva.

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