IL VESCOVO AI POLITICI: DEGRADO AMBIENTALE PER MANCANZA DI PROGETTI

01/01/2010 di

Il vescovo Giuseppe Petrocchi, nel suo tradizionale discorso ai politici, ha denunciato la mancanza di un’adeguata politica per la tutela dell’ambiente.

"Purtroppo – ha detto oggi nell’omelia nella cattedrale di San Marco – si deve constatare che, pure nel nostro territorio, una moltitudine di persone sperimenta crescenti difficoltà, a causa della negligenza o del rifiuto, da parte di tanti, di esercitare un governo responsabile sull’ambiente
. Non è difficile, inoltre, costatare che «il degrado ambientale è spesso il risultato della mancanza di progetti politici di larga portata e del perseguimento di miopi interessi economici, che si trasformano, purtroppo, in una seria minaccia per il creato».

Il testo integrale dell’omelia:



"Carissimi Amici, impegnati, a vario titolo, nel servizio alla Comunità civile: vi saluto con affetto fraterno e con riconoscenza cordiale. Come avrete notato, il Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale della Pace, già dal suo titolo “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, ci invita ad aver cura dell’ambiente nel quale viviamo, poiché «la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità»1. Infatti, un corretto uso delle risorse naturali del mondo che abitiamo mobilita la responsabilità di tutti verso tutti, «in special modo verso i poveri e le generazioni future»2.

Vent’anni orsono, Giovanni Paolo II affermava che la coscienza ecologica «non deve essere mortificata, ma anzi favorita, in modo che si sviluppi e maturi, trovando adeguata espressione in programmi ed iniziative concrete»3. Ma già il suo predecessore, Paolo VI, con spirito preveggente aveva ammonito che «attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, (l’uomo) rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione», aggiungendo con amarezza che, in tal caso, «non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana»4.

Dunque, specie a partire dal periodo post-conciliare, la Chiesa ha denunciato con voce appassionata una vasta e distruttiva «crisi ecologica», sottolineando che questa drammatica “emergenza” ha, come sua radice, un carattere prevalentemente etico. Si è prospettata, di conseguenza, la via di soluzione: per fronteggiare e superare questa sfida, occorre allertare le coscienze e attivare una nuova solidarietà morale, sia a livello planetario che locale. Ciò reclama, senza rinvii o indebiti accomodamenti, «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo», che mette in moto, a sua volta, una riflessione a tutto campo sul senso dell’economia e dei suoi fini, «per correggerne le disfunzioni e le distorsioni. Solo così l’attuale crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità»5.

Purtroppo, si deve constatare che, pure nel nostro territorio, una moltitudine di persone sperimenta «crescenti difficoltà, a causa della negligenza o del rifiuto, da parte di tanti, di esercitare un governo responsabile sull’ambiente»6. Non è difficile, inoltre, costatare che «il degrado ambientale è spesso il risultato della mancanza di progetti politici di larga portata e del perseguimento di miopi interessi economici, che si trasformano, purtroppo, in una seria minaccia per il creato»7 .

Pertanto, anche dalle nostre parti, appare quanto mai urgente promuovere, nei discorsi e nei fatti, una concreta «solidarietà inter-generazionale»8, per evitare che i costi derivanti da un uso sbagliato delle risorse ambientali comuni siano pagati dalle generazioni future. Per questo, nel condurre attività economiche e produttive, non si dovrebbe dimenticare che l’uso delle risorse naturali mai va fatto a scapito di altri esseri viventi, umani e non umani, presenti e a venire. In tale orizzonte, la legittima tutela della proprietà privata non deve ostacolare la destinazione universale dei beni, alla quale va accordato, sempre e ovunque, la priorità etica e sociale9.

Alla luce di queste considerazioni si rende indispensabile un cambiamento di mentalità che induca tutti ad adottare nuovi stili di vita, improntati alla sobrietà e al rispetto, «nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti»10.

Sapete bene, carissimi amici, che Benedetto XVI ha scritto queste pagine per tutti: credenti e non, persone legate da comuni tradizioni e persone di culture diverse, popoli geograficamente vicini e lontani. Quello del Papa è un messaggio davvero universale: non solo perché rivolto all’umanità intera, ma perché ogni uomo può trovarvi una sorgente sovrabbondante di sapienza cristiana ed umana.

Oggi, a voi – uomini e donne, che vi impegnate nel ministero della vita politica ed amministrativa – affido un compito speciale: quello di assimilare e tradurre i valori globali, veicolati da questo Messaggio, in linee di pensiero e di azione corrispondenti ai particolari contesti culturali e sociali in cui viviamo, affinché diventino, per la gente che siete chiamati a servire, opportunità di vera crescita comunitaria e personale. Aiuterete, così, anche i singoli soggetti, che compongono la nostra società locale, a lasciarsi interrogare da queste parole e a mettersi in atteggiamento di conversione e di miglioramento. Occorre, cioè, che – anche attraverso la vostra sollecitudine – il Messaggio, senza perdita di contenuti, sia travasato dall’ “universale” (livello planetario) all’ambito “particolare” (cioè, nella sfera pontina) e dal particolare confluisca nel molteplice reticolo dell’“individuale” (costituito dalle associazioni locali, dagli organismi intermedi e dalle singole persone: da mobilitare nella loro identità e nel loro settore di influenza).

 

Se ascoltassimo attentamente le voci che si levano dalla nostra terra, insieme al cantico che inneggia alla sua incomparabile bellezza e alla straordinaria fecondità, avvertiremmo anche lo stridore di forti lamenti e sentiremmo levarsi grida di allarme insieme ad accuse sofferte.

Dobbiamo dircelo francamente: in vari settori e articolazioni l’eco-sistema pontino patisce a causa di un progressivo e dissennato sfruttamento. Sarebbe davvero lungo l’elenco dettagliato di questi cattivi interventi, perché ottusi nelle prospettive, dettati da sfrenato egoismo e privi del più elementare senso del rispetto: di conseguenza, molto dannosi. Le gravi ferite inferte all’organismo ecologico pontino, nel corso di molti decenni, richiedono provvedimenti corali, ben studiati e attuati con decisioni condivise: infatti, non si guariscono le zone infettate o violentate del nostro territorio solo ricorrendo a cure saltuarie, sostenute da poche minoranze attive. Su questo tema, e sulle sue implicanze sociali, occorre maturare una robusta coscienza di popolo, avviando strategie di azione intelligenti, da attuare con determinazione perseverante.

Tuttavia, insieme a questi coni d’ombra, è d’obbligo anche mettere in risalto le zone di luce che, su queste tematiche, contrassegnano il nostro territorio. Possediamo, infatti, aree protette di tipo naturalistico e faunistico che ci abilitano ad occupare i primi posti sulla scena “ecologica” nazionale: mi limito a citare il Parco Nazionale del Circeo, che mantiene intatta la testimonianza del volto originario della nostra terra pontina, e il Giardino botanico di Ninfa, dichiarato, nel 2000, Monumento naturale dalla Regione Lazio. Vantiamo, inoltre, campagne e coltivazioni che possono essere additate tra le più belle e meglio tenute d’Italia (spettacoli incantevoli, ben visibili dalle balconate panoramiche che, dai Centri lepini, si spalancano sulla sottostante pianura), così come possiamo classificarci in posizioni ottimali in ordine alla filiera vivaistica e ad alcune piantagioni specializzate (come quelle ortofrutticole e le colture del kiwi). Buoni esempi da segnalare, da potenziare e replicare.

Ma non solo di “ecologia naturale” dobbiamo preoccuparci, poiché siamo chiamati a volgere uno sguardo vigilante anche sulla nostra “ecologia monumentale, archeologica e artistica”. La nostra terra, infatti, ospita un grande patrimonio architettonico e culturale, da tutelare con perizia e – dove occorre – da recuperare con la dovuta sollecitudine. Esso, tuttavia, deve essere anche adeguatamente valorizzato e fatto conoscere su larga scala: in prospettiva sociale, educativa e turistica. Abbiamo il privilegio di una storia che, nei in tempi antichi e recenti, ha scritto, con le pietre e con altri materiali, “pagine” stupende e irripetibili. Tale “ricchezza”, che le generazioni passate ci hanno consegnato, deve essere integralmente custodita e resa ampiamente fruibile, sia per i residenti che per i visitatori. Purtroppo, anche in questo campo, insieme ai buoni esempi (che, specie negli ultimi tempi, registrano un lodevole tasso di crescita), si notano casi di grave inadempienza: basta fare un giro, anche sommario, nell’area pontina per vedere, con rammarico, risorse paesaggistiche trascurate e non raramente sfigurate, come anche tesori architettonici e urbanistici traditi o tenuti con inspiegabile trasandatezza.


E’ facile accorgersi che la nostra terra ha una speciale “vocazione turistica”: per le splendide linee che disegnano le sue coste, per la bellezza luminosa delle sue colline, per il clima mite e solare che la avvolge, per la storia che si è “materializzata” nelle sue forme architettoniche e artistiche, per la cordiale ospitalità della gente che la abita. Nei testi e negli opuscoli che illustrano il nostro ambiente compaiono località famose: mete rinomate e ambite, che godono di grande notorietà. Tuttavia ci sono altri poli residenziali, meno reclamizzati ma altrettanto meritevoli di apprezzamento, che sembrano relegati a un ruolo minore, quasi retrocessi a livelli turistici di secondo rango. Infatti, diversi siti, che possono sfoggiare tratti monumentali di straordinaria fattura e originali scorci paesaggistici, risultano poco conosciuti e pubblicizzati: di conseguenza, poco ricercati. Alcune località mostrano impietosamente gli sfregi urbanistici che hanno subito, nel corso di lunghi decenni, per opera di amministratori poco accorti o a causa di privati, mossi da una miope avidità. Purtroppo, non sono il solo a dire che, nel suo insieme, la “vocazione turistica” del nostro territorio – salvo alcune eccezioni, che meritano un pubblico encomio – non appare ancora adeguatamente compresa e valorizzata.

Va aggiunto, tuttavia, che sono molti e visibili i miglioramenti apportati in questi anni alla fisionomia urbanistica di numerosi centri della provincia pontina. Scrutando, inoltre, i piani di intervento preventivati da numerosi Comuni, si notano indiscussi progressi nella coscienza ecologica, nella sensibilità estetica, nell’impianto ideativo e finanziario dei progetti varati. Si profilano anche iniziative di ampio respiro che, se portate avanti con determinazione, potranno assicurare un avvenire più esaltante e prospero.

C’è da ribadire, in ogni caso, che l’onere e l’onore di mantenere con cura i centri urbani – e di promuoverne l’immagine – non vanno caricati solo sulle amministrazioni locali, ma chiamano in campo le popolazioni del posto, che devono essere le prime interpreti del proprio destino culturale e le più importanti agenzie nella cura del capitale monumentale e ambientale di cui sono depositarie.


Queste brevi considerazioni rimandano, come loro fondamento, al primato della «ecologia umana»11, che – come più volte è stato evidenziato dal Santo Padre – costituisce uno stile di giudizio e di comportamento mirato a favorire il pieno rispetto della dignità della singola persona come dell’intera collettività, affinché sia promossa la crescita integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo. Il passaggio da questo tema all’argomento della “ecologia politica”, nella quale vorrei brevemente avventurarmi, mi appare legittimo e logicamente contiguo. Se mi fosse richiesto di dare qualche elemento esplicativo sulla specificità di questo approccio, direi che l’“ecologia politica” consiste nel tutelare le buone condizioni (valoriali, relazionali e decisionali) dell’ambiente sociale deputato all’attività politica e alla pubblica amministrazione. Arrivato su queste sponde discorsive, il pensiero va subito – e non potrebbe essere altrimenti – allo stato di salute della “ecologia politica pontina”. Dovendo dare un parere di massima, direi che, pure dalle nostre parti, si riscontra un clima connotato da correnti di intensa conflittività e da polemiche “artigliate”: purtroppo non sono pochi i muri che sono stati alzati e i fossati scavati, speriamo non irreversibilmente. Le scienze sociali attestano che un’atmosfera politica avvelenata da contrasti corrosivi, da valutazioni sature di pregiudizi e da resistenze ostinate rende impercorribili le strade del dibattito fruttuoso e genera spinte tendenzialmente autodistruttive: infatti, gli atteggiamenti di contrapposizione irriducibile e militante (viziati dalla logica del sospetto, del discredito e dell’aggressività) inquinano le interazioni tra i vari soggetti che popolano il mondo politico e finiscono per danneggiare seriamente anche la comunità sociale. Ciò produce inevitabilmente un duplice effetto negativo: l’allontanamento della gente dalla politica e il distanziamento della politica dai bisogni della gente.

Inoltre, è risaputo che un ambiente politico contaminato da violente folate di guerra risulta poco vivibile per i soggetti pronti ad impegnarsi in una dialettica leale e aperta, ma non disposti a coinvolgersi in estenuanti combattimenti di trincea. Un clima intossicato da polemiche fratricide favorisce gli individui già immunizzati, perché collaudati da un lungo tirocinio, mentre le persone mosse da nobili ideali, ma poco equipaggiate per le lotte intestine, rischiano di tenersene alla larga o di venire emarginate. E se le potenzialità sociali migliori emigrano, c’è il pericolo che l’area dell’agone politico venga frequentata solo da personaggi di calibro minore. La cronicizzazione del conflitto, dunque, è sempre indice di una democrazia difettosa: la cultura del litigio pregiudiziale e della squalificazione sistematica di chi dissente genera inevitabilmente gravi patologie relazionali e gestionali.


Si avverte, perciò, il bisogno di respirare aria buona e pulita, nella quale crescano intese sagge: discusse e concordate in vista del bene comune. È urgente che l’ambiente politico venga sempre meglio illuminato e riscaldato dai valori veri: quelli poggiati sulle grandi colonne veritatitve ed etiche dell’umanesimo integrale di ispirazione cristiana.

Va riproposta e rafforzata l’arte politica che sa “volare alto”: capace, cioè, di essere autenticamente propositiva e aperta alla discussione franca e feconda di nuovi apporti. Il che vuol dire, una vita democratica contrassegnata da motivate opposizioni, ma senza antagonismi; impegnata in dialettiche vigorose, ma senza permalosità ustionanti; dunque, allergica alla disputa tendenziosa e capace di produrre gli anti-corpi comunionali che debellano le tossine della disunità. Pertanto, nell’habitat della buona “ecologia politica” vale il motto: avversari, sì; nemici, mai! Anzi, amici sempre, nonostante tutto e al di là di tutto, perché appartenenti alla medesima Famiglia pontina. Ciò comporta, pur nel dibattito acceso, il potenziamento della sana “trasversalità relazionale” che collega gli appartenenti a tutte le aree partitiche e garantisce la circolazione della benevolenza reciproca, del rispetto sincero e della comune volontà di servire l’intera società civile. Quando l’“ecologia politica” viene praticata con successo, allora si evita la radicalizzazione delle difficoltà e la proliferazione dei dissensi; si percorrono, invece, le vie del dialogo, che consentono di affrontare i conflitti con maturità, volgendoli al bene e rendendoli occasioni di crescita generale.

 

Di qui l’esortazione, che rivolgo a voi tutti, amici carissimi, perché vengano azionati con generosità moltiplicata i dinamismi salutari di una “ecologia politica” genuina e distesa: cioè, pacificata e pacificante.

Anzitutto la “purificazione della memoria”, che ci consente di ricordare senza rimanere imprigionati nel rancore, rendendo anche le sconfitte e gli affronti subìti, spinte possenti per fare la verità nell’amore. Anche dalle nostre parti è ora di gettare ponti per superare le fratture provocate da incomprensioni e da polemiche torrenziali. Occorre, perciò, accendere i depuratori del perdono e della riconciliazione, per respirare a pieni polmoni l’aria della solidarietà e della collaborazione, tornando a stringersi la mano. Oggi, più che mai, è chiesto a tutti e a ciascuno di riporre le spade nel fodero, per aprire o allargare le vie della cooperazione costruttiva.

Con questi atteggiamenti – che costano molto – può essere coltivata la ricerca di convergenze solidali in vista del bene comune, che consiste nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente»12.

Ma – e questo va detto con franchezza disarmata – sarà impossibile attuare l’unità nella diversità se, sul cielo della nostra “ecologia politica”, non brillerà il sole di Dio, messo – a pieno titolo – al centro della vita comunitaria, non solo ecclesiale ma anche civile. L’umanesimo autentico, infatti, è costitutivamente proiettato verso la Verità e l’Amore che provengono dall’Alto. Per questo, non basta contentarsi di una anemica e soggettivistica accettazione del diritto al sacro, relegato però nell’ambito di una interiorità individualistica e priva di sbocchi sul sociale: l’apertura radicale all’Assoluto, con tutte le sue implicanze antropologiche, va ben oltre i confini di una scialba tolleranza. Poiché, come ci ricorda Benedetto XVI, «la tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia. Laddove però l’uomo si fa unico padrone del mondo e proprietario di se stesso, non può esistere la giustizia. Là può dominare solo l’arbitrio del potere e degli interessi»13.

Dunque se vogliamo costruire autentiche “Città-per-l’uomo”, non sbarriamo le porte al Creatore e se vogliamo interpretare in profondità la nostra storia, coltivando sapientemente il nostro futuro, spalanchiamo i nostri orizzonti all’Infinito e all’Eterno. Nel Signore Gesù, di cui abbiamo festeggiato il Natale, troviamo la fonte inesauribile della grazia, che può renderci capaci di edificare la civiltà dell’amore e della pace.

Se le vele dell’anima di coloro che servono il prossimo nella nobile arte politica si manterranno spiegate al soffio dello Spirito, saranno sempre più numerose le persone che si dedicheranno al bene comune, sospinte dalla verità evangelica e dalla carità cristiana. Avremo così, in numero e qualità crescenti, politici avveduti e generosi, non gravati dai localismi né imprigionati negli interessi privati, ma dotati di occhi nuovi, capaci di vedere lontano e provvisti di un cuore accogliente, che pulsa con i battiti dell’amore universale. Sono queste le persone che – nel passato, come oggi e per l’avvenire – riscattano la politica da ogni miseria e le consentono di avere un volto bello e avvincente. Una politica vissuta così sa leggere correttamente i bisogni e le risorse del territorio: si slancia non solo verso il di-più ma verso il meglio e impara a camminare nel presente con il passo del futuro, agendo con intelligenza e santa tenacia. Insomma, l’“ecologia politica” richiede una classe politica modellata dall’esperienza di prossimità verso tutti e orientata a generare comunione, consapevole che non si può costruire una società prospera e giusta “senza” gli altri o “contro” gli altri, ma soltanto “con” loro e “per” loro.


Viviamo un tempo di crisi economica dalle proporzioni planetarie, che coinvolge anche l’intera area pontina. Chi tiene le mani al polso degli eventi, non può non avvertire l’ansietà di molte famiglie, private delle fondamentali sicurezze, come anche il disagio di tanti giovani, ai quali l’avvenire professionale si presenta oscuro e minaccioso. A tutti è richiesto di mobilitarsi, polarizzando gli sforzi sullo stesso obiettivo: il bene comune. Solo così spingeremo la prora della nostra economia verso lidi migliori.

Un pensiero affettuoso va ai disoccupati e quanti rischiano di perdere il lavoro. La Comunità ecclesiale partecipa con tutto il cuore alla loro sofferenza e, in mezzo alle tribolazioni, invita alla speranza cristiana, che non delude. Certamente, in queste acque turbolente gli ammortizzatori sociali sono importanti, ma non bastano. Occorre incentivare i motori produttivi, a partire da quelli meglio rispondenti alla configurazione geografica, economica e umana del nostro territorio. Bisogna, inoltre, trarre virtuosi insegnamenti dalla crisi globale che stiamo soffrendo, per capire concordemente quali sono i percorsi da evitare e quali gli orizzonti verso i quali dirigersi con passo spedito. Il nostro è un territorio fertile, anche sotto il profilo della generosità e della inventività. È d’obbligo, perciò, avere lo sguardo acuto e allenato della sentinella, per non perdere le buone occasioni, che vanno riconosciute e valorizzate nel tempo giusto: come in natura, infatti, se non si semina nella stagione adatta, diventa impossibile farlo dopo.

Un’attenzione particolare, in queste circostanze difficili, va riservata ai poveri, ai quali è fondamentale rivolgersi «non come ad un problema, ma come a coloro che possono diventare soggetti e protagonisti di un futuro nuovo e più umano per tutto il mondo»14.


Mi sembra già di sentire l’obiezione: considerazioni nobili, ma utopistiche. Il mondo reale non marcia così. Eppure, anche davanti a tanti insuccessi, che sembrano provare il contrario, sento l’obbligo di riaffermare, nel nome della speranza cristiana, che questo cammino è difficile, ma possibile e – se possibile – doveroso. Non mi faccio illusioni. I progressi, in questi percorsi, sono graduali, faticosi e molto precari. Voi non possedete le “magiche calzature” che – come si racconta in una celebre fiaba – vi consentirebbero di bruciare tempi e distanze, facendovi fare sette leghe ad ogni passo. Però, vivendo il Vangelo, potete dotarvi di efficaci strumenti spirituali e umani per avanzare sulle vie della verità e del bene: procuratevi, perciò, le “ali etiche” dell’onestà intellettuale, dell’autentico altruismo e della paziente volontà di collaborazione, che vi permetteranno di superare le paludi malariche dei particolarismi e vi permetteranno di innalzarvi, gradino dopo gradino, negli spazi radiosi del bene comune: cioè della ricerca appassionata del vero interesse, di tutti e di ciascuno.

Il Signore ha fiducia in voi: ed anch’io, perché vi conosco e vi voglio bene.

Insieme – nessuno escluso – siate costruttori, ve ne prego, di una Casa comune, fraterna e laboriosa, che favorisca lo sviluppo integrale di ogni persona e consenta a tutti i “Pontini” di portare a compimento i “semi del mondo nuovo” che Dio ha sparso abbondanti nel loro cuore. A tutti e a ciascuno auguro, con un abbraccio convinto, un felice e prospero anno nuovo!".


+ Giuseppe Petrocchi

Vescovo

1 Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010, n. 1.

2 Ivi, n. 2

3 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, n. 1.

4 Paolo VI, Octogesima adveniens, n. 21.

5 Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010, n. 5.

6 Ivi, n. 7.

7 Ivi.

8 Ivi, n. 8.

9 Cfr. ivi.

10 Ivi, n. 11.

11 Ivi.

12 Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale. Gaudium et spes, n. 26.

13 Benedetto XVI, Omelia durante la celebrazione Eucaristica di apertura dell’XI Ass. Gen. Ord. del Sinodo dei Vescovi, 2 ott. 2005, in L’Osservatore Romano ed. sett. n. 40, 7 ott. 2005, p. 6.

14 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2000, n. 14.