Morphe Arreda

Morto Carmine Schiavone, il pentito dei rifiuti tossici

22/02/2015 di
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schiavone-skytg24-rifiuti-latina“Anche a Latina moriranno di cancro”. Così parlava nel 2013 Carmine Schiavone, l’ex boss dei Casalesi morto nel viterbese. In un’intervista a Sky l’ex boss fece riferimento allo scarico di rifiuti tossici e nucleari da parte del clan dei Casalesi in diverse zone d’Italia, tra cui anche Latina. 

Già in altre occasioni Schiavone parlò di rifiuti sotterrati a Latina ma le sue parole non furono mai verificate dai fatti, nonostante una serie di scavi effettuati. Schiavone, 73 anni, sarebbe morto in seguito a una caduta in casa, ma sul cadavere sarà effettuata l’autopsia.

UN PENTITO, TANTI MISTERI. «Il nostro era un clan di Stato: noi facevamo i sindaci in tutti e 106 i comuni della provincia di Caserta. Noi potevamo fare tutto». Non era un pentito qualsiasi, Carmine Schiavone: il boss che teneva l’amministrazione dei Casalesi, morto d’infarto nella sua casa nell’alto Lazio, è stato il primo a svelare i traffici del più potente clan camorristico e, soprattutto, a raccontare come e quando la provincia di Caserta è stata trasformata in un’immensa discarica dove accogliere ogni tipo di rifiuto tossico.

Omicidi, guerre tra clan, collegamenti con le altre organizzazioni criminali, rapporti tra politica e camorra, infiltrazioni nell’economia, traffico di rifiuti: le parole di Schiavone, raccolte in decine e decine di verbali a partire dal maggio del 1993, hanno sconquassato un sistema che andava avanti da decenni e hanno portato, due anni dopo, al maxi blitz contro i casalesi che fece finire in cella 136 persone. Dissero che si pentì perchè sospettava che qualcuno all’interno del clan lo avesse tradito, dopo un’evasione dai domiciliari. Fatto sta che le sue dichiarazioni al processo furono la base per una pioggia di condanne, tra cui quelle per suo cugino Francesco Sandokan Schiavone, Francesco Bidognetti e Michele Zagaria, la cupola del clan.

«La sua collaborazione fu fondamentale – racconta oggi il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, che nel 1993 raccolse le parole di Schiavone e sostenne l’accusa al processo – fu il primo esponente del clan che ha aperto uno squarcio sul sistema criminale creato dai casalesi e l’unico che davvero ci ha aiutato a capire una realtà in cui accanto alla forza militare c’era una rilevante forza economico-imprenditoriale.»

Per spiegare come funzionavano le cose nella provincia di Caserta, il boss pentito raccontò un aneddoto. «A Villa Literno ho fatto io stesso l’amministrazione comunale. Abbiamo candidato determinate persone al di fuori di ogni sospetto ed abbiamo fatto eleggere 10 consiglieri…un seggio lo hanno preso i repubblicani, 8 i socialisti ed uno i comunisti, un certo Fabozzo…ho detto: ‘tu fai il sindaco tu l’assessore e così vià. Mi hanno detto che mancava un consigliere per avere la maggioranza e allora ho detto ‘andate a prendere Enrico Fabozzò e lo facciamo diventare democristiano. La mattina dopo lo facemmo assessore al personale. Era cosi che si facevano le amministrazioni».

Anche l’assegnazione degli appalti funzionava alla stessa maniera: «ai comuni – ha rivelato ancora Schiavone – dicevano che sui grandi lavori edili avrebbero trattato con noi al 2.5%. La tariffa prevedeva il 5% sulle opere di costruzione e 10% sulle opere stradali». Le strade rendevano di più: «ogni anno si rifanno. Il capitolato stabiliva 6 cm di asfalto e invece ne venivamo messi tre». «Grazie a lui – dice ancora Cafiero De Raho – scoprimmo che il clan controllava ogni attività economica nel casertano. E poi arrivarono le dichiarazioni choc sui rifiuti».

Parole che nessuno ha più dimenticato. Gli inquirenti le conobbero già in quegli anni, avviando le verifiche, e la politica nel 1997, quando Schiavone depose alla commissione d’inchiesta sui rifiuti. Quel verbale è stato desecretato nel 2013, lo stesso anno in cui Schiavone uscì dal programma di protezione nel quale rimangono invece i suoi familiari. «Per l’immondizia entravano 100 milioni al mese, poi mi sono reso conto che il profitto era di almeno 600-700 milioni al mese», ha messo a verbale raccontando cosa c’è sotto la terra dei fuochi. «Dalla Germania arrivano camion che trasportavano fanghi nucleari…arrivavano in cassette di piombo da 50»; e poi c’erano «fusti che contenevano toluene, provenienti dalle fabbriche della zona di Arezzo», e rifiuti che arrivavano da Massa Carrara, Genova, La Spezia, Milano.

«Vi sono molte sostanze tossiche come fanghi industriali, rifiuti di lavorazione di tutte le specie, tra cui quelli provenienti dalle concerie, dovrebbero esserci anche rifiuti radioattivi collocati in un terreno sul quale oggi vi sono i bufali e su cui non cresce più erba». Per il clan, diceva Schiavone spiegando che questa storia andava avanti da metà degli anni ottanta, era indubbiamente un «buon business», anche se «il paese sarebbe stato avvelenato»: perchè «i rifiuti avrebbero inquinato le falde acquifere» e molti degli scavi, fino a 20-30 metri di profondità «erano limitrofi alle falde stesse».

Si toglieva la sabbia che serviva per le costruzioni, ha raccontato, e nelle vasche, di notte, i camion scaricavano i rifiuti che venivano coperti con un pò di terreno. Quando gli chiesero di quante migliaia di tonnellate stesse parlando, Schiavone rispose così: «ma quale migliaia, qui si parla di milioni e milioni di tonnellate. Per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato di un anno». La conseguenza Schiavone la conosceva bene, già nel 1997: «gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno, rischiano di morire tutti di cancro entro 20 anni, avranno forse 20 anni di vita, non credo che si salveranno».

  1. Ho i miei dubbi sulla sua morte.
    Chiunque dice la verita’ (in questo caso dimostrata con i fatti, luoghi, tempo e nomi) perde la vita in modo banale. Strano no?

  2. A Latina non è stato trovato niente.
    Schiavone ha raccontato panzane o non è stato cercato bene?

  3. come mai tutti quelli che sono a conoscenza di fatti e reati penali di livello nazionale ed istituzionale muoiono in circostanze strane?
    Come quel capitano o tenente (credo della marina) che indagava sulle navi cariche di rifiuti chimici affondate a largo della Calabria, anche lui morì in circostanze strane prima di svelare la verità!

  4. Dal canto alla morte di Schiavone sono passati 18 anni, siamo seri. L’unica vera vittima della vicenda Borgo Montello è il martire sconosciuto ai più, don Cesare Boschin