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La baby prostitute romane: “Volevamo guadagnare e andare a Ponza”

Il miraggio di un guadagno facile, magari per andare in vacanza a Ponza. Ma anche la paura di incontri sessuali con estranei. Dietro la vicenda delle due ragazzine prostitute di Roma si nasconde una situazione anche di abbandono e solitudine che emerge dai verbali dell’incidente probatorio.

Un racconto lucido sulla decisione di prostituirsi. Ma anche un racconto sulle due famiglie, sulla scuola pochissimo frequentata, su servizi sociali inesistenti («li ho incontrati solo una volta e ho parlato di mio fratello malato», dice la più piccola), sulla solitudine che porta ad individuare come unico «amico» lo sfruttatore («Mirko era anche amico, ci dicevamo tutto, anche se avevamo un problema»). La scelta della prostituzione fatta più per inconsapevolezza ma non senza rimorsi o paure. E anche lo schifo dei clienti che la più piccola delle ragazzine durante l’incidente probatorio cataloga come «tutti deficienti».

«Svuotavo la testa e dicevo “tanto è un’ora, poi è finito”. Non ero felice ma volevo l’indipendenza economica – racconta la più giovane delle due – Cercavo di mettermi nei panni di una persona che stava facendo un lavoro normale». La ragazzina ammette che le prime volte era molto impaurita. «Che gente mi capita? – si domandava – E se ti violentano? Poi piano piano ho capito che erano tutti deficienti». E racconta di avere imparato in quei momenti ad essere «un’altra».

La decisione di iniziare arriva dopo aver pubblicato un annuncio su un sito internet. «Stavamo cercando di fare un lavoretto che fosse adatto un pò alla nostra età – rispondono al gip. Per esempio dog sitter, volevamo andare a Ponza». Le cose però prendono una piega diversa. «Quando la mia amica mi parlò della prostituzione – racconta la più giovane – perché aveva conosciuto Nunzio Pizzacalla cliccando su una proposta “lavorare poco, guadagnare tanto”, io le dissi “ma cosa fai? Sei scema?”».

Poi la minorenne ammette che «pur essendo confusa, piano piano» vedendo che l’amica «aveva tanti soldi mi sono fatta prendere un pò anch’io da questa cosa, alla fine mi sono fatta un pò trascinare». Le ragazzine spiegano che quando stavano con Mirko Ieni (secondo l’accusa il promotore del giro di squillo) «capitava più di un incontro al giorno con i clienti. Con Mirko l’obiettivo era: “Più rapporti hai al giorno, più soldi facciamo”».

Dal verbale arrivano conferme sul difficile contesto familiare delle due ragazzine. La più grande delle due non ha più rapporti con la madre dopo che la donna ha scoperto l’attività della figlia. Un quadro drammatico condito da scelte estreme come il non farla più entrare in casa e lasciarla a dormire sulle scale. Diverso il rapporto che l’altra ragazzina, la più giovane, aveva con la madre, arrestata perchè sospettata di avere sfruttato la figlia. La ragazzina la difende («le avevo detto che spacciavo non che mi prostituivo, le davo cento euro al giorno»), racconta la triste situazione familiare («mio padre l’ho visto l’ultima volta che avevo tre anni, mio fratello è iperattivo e ha problemi») e si preoccupa di non essere separata dalla madre: «mia madre ha avuto un periodo di debolezza, ma non ci ha mai fatto mancare niente, è stata sempre una brava mamma».

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