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MAXXI: CRITICHE VELENOSE DA LIBERATION

Sono critiche velenose quelle che il quotidiano francese Liberation muove oggi nei confronti del Maxxi, il nuovo museo nazionale delle arti del XXI/o secolo, costruito a Roma dall’architetta Zaha Hadid. «Forse è giunto il momento di dire agli architetti di smettere di costruire musei», dice l’inviato speciale a Roma Vincent Noce in un lungo articolo intitolato «Maxxi: è tutto ego». «La sinuosa aerostazione dedicata all’arte contemporanea (…) conduce al parossismo la tendenza ormai decennale di schiacciare l’arte».

E ancora: «Niente è dritto. L’ultimo piano è ondulato come una grande onda, e anche le mura sono inclinate: superpratico», ironizza ancora il giornale secondo cui il nuovo polo romano dell’arte contemporanea «favorisce l’architettura a scapito» dell’allestimento delle opere. «I responsabili del museo dicono che gli artisti dovranno ingegnarsi per adattarsi. E soprattutto il loro gigantismo, come dimostra l’opera di Anish Kapoor. In realtà – commenta Liberation – pochi creatori possono offrirsi una tale dismisura, in voga alla fine del XX/o secolo ma oggi demodè a causa della crisi». Mentre «in privato i responsabili del museo riconoscono che sistemare un’opera nell’immensa hall è un incubo». «L’edificio – continua il giornale della sinistra parigina – è maledetto sin dall’inizio. Ci sono voluti dodici anni per giungere a questo pachiderma gobbo (…). Cinque anni di ritardo per l’apertura». Mentre l’Italia avrebbe potuto «sfruttare le (già esistenti,ndr.) caserme in disuso che avrebbero offerto degli spazi adatti alla diversità della creazione contemporanea». «E invece no – protesta Libè – hanno dovuto raderle al suolo per erigere una mega-installazione il cui finanziamento non è nemmeno garantito». Ma non è tutto. Il Maxxi «respinge ogni scambio con la città eterna: Zaha Hadid non ha costruito un museo, ma si è edificata un tempio». Un «mausoleo alla sua divinità», dice ancora Vincent Noce, che descrive l’architetta come una «regina babilonese vestita con abiti Prada, circondata da guardie del corpo e dai flash» dei fotografi. Toni decisamente più concilianti, invece, nell’articolo che sempre Liberation consacra oggi al Macro, il museo d’arte contemporanea del comune di Roma, recentemente ristrutturato da un altro architetto: la francese Odile Dercq.

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