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Omicidio Marta Russo, familiari risarciti con un milione di euro

È durata circa quattro anni la causa civile intrapresa dai familiari di Marta Russo, la giovane uccisa da un colpo di arma da fuoco mentre camminava nei viale dell’ università La Sapienza nel maggio del 1997, per ottenere un risarcimento dei danni subiti. Sempre nel maggio, ma del 2007, i genitori della ragazza e la sorella decisero di chiamare in giudizio civile non solo i due imputati, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, ma anche l’ateneo capitolino. Una decisione, quest’ultima, che Aureliana Iacobini Russo, madre della studentessa motivò affermando che «era giusto citare per danni l’ Università perché » i familiari «ritenevano che l’ ateneo doveva controllare ed essere più vigile nei confronti dei due imputati (all’epoca dei fatti ricercatori universitari). E che pur non essendo strettamente dipendenti comunque vi lavoravano all’interno». Il tribunale civile oggi ha stabilito che La Sapienza non può però essere ritenuta responsabile della morte della giovane. Marta Russo, studentessa di giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma, è la vittima di un omicidio compiuto all’interno della Città universitaria, quando, 9 maggio 1997, ventiduenne, fu colpita da un colpo di pistola. L’omicidio fu al centro di un complesso caso giudiziario, oggetto di grande attenzione mediatica alla fine degli anni novanta. Marta Russo fu uccisa la mattina del 9 maggio 1997, alle ore 11.35: fu raggiunta da un proiettile mentre, insieme a un’amica, percorreva un vialetto all’interno della Città Universitaria, tra le facoltà di Scienze Statistiche, Giurisprudenza e Scienze Politiche. La ragazza fu trasportata al vicino Policlinico Umberto I, dove morì il 14 maggio. I genitori e la sorella decisero di donare gli organi della giovane. Il delitto fu oggetto di un’intensa copertura giornalistica, sia per il luogo in cui era stato perpetrato, sia per le difficoltà in cui versarono le prime indagini, che non riuscivano a delineare moventi. Per la complessità delle indagini si susseguirono perizie diverse, ma poi con gli scanner 3D dell’università di Ferrara si realizzò un modello estremamente preciso e completo come base per le perizie. Fu allora individuata la finestra dalla quale era stato esploso il colpo, negli uffici dell’istituto di filosofia del diritto, e si cominciò a raccogliere qualche testimonianza; dopo poco, fu arrestato il professor Bruno Romano, direttore dell’istituto e noto filosofo egli stesso, e poi si giunse all’incriminazione dei due assistenti universitari, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sempre proclamatisi innocenti.

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