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Omicidio Cesaroni, Busco condannato a 24 anni

La mano che venti anni fa trafisse con 29 coltellate Simonetta Cesaroni era quella di Raniero Busco, allora suo fidanzato. Questa la verità che restituiscono i giudici della III Corte d’Assise di Roma che, dopo 25 udienze, hanno condannato a 24 anni Busco. Venti anni dopo quel 7 agosto Raniero ora è un altro. Padre e marito: 46enne, tecnico di manutenzione dell’Alitalia, sposato con Roberta, ha due maschietti, gemelli, di nove anni. Una vita avviata, lontana da quel giorno che oggi irrompe con una condanna pesante per omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà. «È ingiusto», sussurra Busco accasciandosi sulla spalla della moglie Roberta che lo ha tenuto per mano per tutta la lettura della sentenza. Il fratello Paolo lo trascina via, i suoi parenti che in aula urlano «no». E piangono. A casa Cesaroni però è il giorno del riscatto tanto atteso. Venti lunghissimi anni, di sospetti, indizi, prove, presunti colpevoli poi scagionati. «Questa sentenza Š la conferma della fiducia che non abbiamo mai perso nella giustizia, nelle istituzioni e nell’impegno dei pm in venti anni di lavoro», dice Paola Cesaroni al telefono, la voce rotta dal pianto. Lei che entrò in quell’ufficio quel maledetto 7 agosto, dove Simonetta giaceva in terra nel sangue. Busco dovrà risarcire Paola e la madre Anna Di Gianbattista. Il papà di Simonetta Claudio è morto senza nessuna verità. Una sentenza arrivata dopo una camera di consiglio breve, concisa. Il pm aveva chiesto l’ergastolo. Alle quattro in un’aula piena di tensione e speranza il presidente della Corte Evelina Canale legge la verità della giustizia. E scandisce, 24 anni. Busco sbianca, scuote la testa, e viene trascinato via dal fratello. «Mi chiedo perchè devo essere la vittima. Trovo tutto questo profondamente ingiusto. Dire che sono deluso è poco non me l’aspettavo una sentenza del genere», ha il coraggio di dire appena. Accanto a lui, mano nella mano, come sempre, la moglie Roberta. Contemporaneamente dal fondo dell’aula, dove quasi un centinaio tra parenti e amici della famiglia Busco hanno cominciato ad urlare ed inveire «contro una giustizia che non c’è». Una sentenza dura che dispone anche, in caso di conferma in Cassazione, la revoca della patria potestà per Busco. Quello di oggi è l’atto finale di un iter investigativo lungo e tormentato. Tantissimi i presunti colpevoli, dal portiere dello stabile di via Poma Pietrino Vanacore, poi morto suicida durante il processo nel marzo scorso, al datore di lavoro della vittima Salvatore Volponi fino a Federico Valle, il nipote dell’architetto Cesare che abitava nel palazzo. Tutti e tre però sono usciti di scena, scagionati, e su via Poma è caduto il silenzio fino al 2004, quando grazie a progressi tecnologici i Ris hanno riesaminato i reperti, conservati per anni, e le indagini sono state riaperte. Nel 2007 Busco rientrò ufficialmente nell’inchiesta il 6 settembre venne iscritto dalla Procura di Roma nel registro degli indagati. A condannarlo a 24 anni sono stati il dna trovato su un corpetto di Simonetta, probabilmente saliva anche se non viene escluso sudore, e la coincidenza della sua arcata dentaria con i segni di un morso trovato sul seno sinistro della vittima. E anche macchie di sangue compatibile col suo trovate sulla porta dell’ufficio. Prove trovate a distanza di anni e che a distanza di anni hanno scritto la condanna di Raniero Busco.

20 ANNI DI ATTESA – Hanno cercato per venti anni la verità, senza pensare nemmeno per un attimo che Simonetta non avrebbe avuto giustizia, che il suo assassino non avrebbe avuto un volto e un nome. La famiglia Cesaroni, Paola e la mamma Anna, ma anche il papà Claudio, morto nel 2005, non si è mai arresa e ha atteso per venti anni di sapere chi quel 7 agosto 1990 uccise Simonetta massacrandola con 29 coltellate in tutto il corpo. «Anche a distanza di tempo – aveva detto Paola Cesaroni nel primo pomeriggio prima di conoscere l’esito della sentenza che ha condannato Raniero Busco a 24 anni di carcere – si può arrivare alla verità». Soprattutto se quella verità l’hai cercata, ci ha sperato, ci hai creduto. E alla fine la giustizia l’ha stanata. Una verità che più volte ha cambiato volto, prima di ‘fissarsì su quello dell’ex fidanzato della vittima. Ovvero su colui che, in un’intervista del 2009, la madre della ragazza definì «uno di famiglia», anche se la donna si è sempre chiesta perchè per venti anni gli inquirenti non hanno fatto gli esami su quel morso sul seno. Busco era un ragazzo di 26 anni che Simonetta amava follemente, probabilmente non ricambiata totalmente. E questo era motivo di liti e chiarimenti. Per la famiglia Cesaroni è stata una lunga giornata. Anna e Paola l’hanno trascorsa insieme con amici e parenti in attesa di una telefonata dai loro legali per ricevere notizie. «Nel corso del tempo – ha detto Paola nel pomeriggio riferendosi a Raniero – pur con prudenza, soprattutto all’inizio dell’inchiesta, abbiamo preso atto che elementi importanti c’erano per giungere a una decisione». E alla fine, per loro giustizia è stata fatta. «Questa sentenza – ha detto con voce rotta dal pianto – è la conferma della fiducia che non abbiamo mai perso nella giustizia, nelle istituzioni e nell’impegno dei pm in venti anni di lavoro. Siamo stati premiati perchè abbiamo sempre creduto nel lavoro degli inquirenti in qualsiasi direzione andasse». Anche se, ammette Paola Cesaroni «il nostro dolore rimane e non sarà mai cancellato».

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