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Ragazzo ucciso ad Alatri, fermati due giovani

Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, due fratellastri di Alatri, sono stati fermati perché indiziati dell’omicidio di Emanuele Morganti, avvenuto durante un pestaggio fuori da un locale di Alatri nella notte tra venerdì e sabato. I due erano a Roma già da sabato mattina quando avevano capito che le conseguenze sarebbero state gravi. Emanuele, infatti, è morto dopo 36 ore di agonia. Ad Alatri la tensione era altissima e per questo i giovani si sono allontanati. Questa notte i carabinieri di Alatri hanno eseguito il fermo di indiziato. Sarebbero indagate anche altre sette persone.

«Indagini ancora in corso per cercare il movente». Lo ha detto il capo della procura di Frosinone, Giuseppe De Falco, nel corso della conferenza stampa nel comando provinciale dei carabinieri in merito all’uccisione di Emanuele Morganti ad Alatri. «Ci sono indizi concreti sulle due persone fermate, ma c’è ancora molto da indagare. I due sono riconducibili ad ambienti delinquenziali e non è da escludere che abbiano voluto affermare una loro capacità del controllo del territorio. Dobbiamo verificare se il comportamento così violente sia stato determinata da abuso di alcool o droga. Indagini devono accertare meglio – ha detto ancora De Falco – il movente di questa aggressione, se si sia trattato di esplosione di violenza fine a se stessa per affermare il controllo della zona o per altre ragioni ivi compreso l’equivoco iniziale che ha portato ad escalation».

PARLA LA FIDANZATA. «Ho ancora davanti agli occhi quei maledetti che lo picchiavano e gli davano addosso nonostante io e gli amici di Emanuele provassimo a difenderlo. Quando ci hanno sbattuto fuori dal Mirò club e quelli hanno incominciato a picchiare Emanuele, io ho cercato di tirarlo via, ma quelli erano troppo forti. Me l’hanno strappato dalle mani e mi hanno scansato via. Non riesco a credere che fossero così feroci, sembravano delle bestie». Lo racconta Ketty Lisi, la fidanzata di Emanuele Morganti, in due interviste alla Stampa e al Messaggero. «Eravamo al bancone, quando a turno, in due, un italiano e un albanese hanno cominciato a infastidirci. A un certo punto Emanuele è sbottato: ‘E mò bastà, è iniziata la discussione», racconta la ragazza. «Ci hanno buttato fuori e sulla piazza sono arrivati in tantissimi. Sembravano più di venti, delle furie». «Stavamo insieme da poco meno di un anno, ma eravamo stati compagni di scuola, nell’Istituto chimico e biologico, e ora lavoravamo nella stessa fabbrica di materiale elettrico», racconta. «Ora merita solo giustizia. Ma che sia severa davvero. Quanto a me, vorrei svegliarmi e pensare che sia solo un brutto sogno». «Credo nella giustizia su questa terra», dichiara in un’ intervista a Repubblica Francesco Morganti, fratello di Emanuele, che parla di «cattiveria gratuita». «L’hanno finito con una sprangata alla testa: non è stata una rissa, è stata un’esecuzione. Alla fine gli hanno anche sputato addosso». Nel locale c’erano «almeno tre amici» di Emanuele. «Dicono che avevano una colonna davanti, dello screzio al bar non si sono accorti. È intervenuto uno solo, le ha prese anche lui». Quanto all’omertà, «qui non parla nessuno, è impressionante». (ansa)

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