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Mafia Capitale, processo al via: 46 imputati e 55 parti civili

mafia-roma-capitale-arrestiIl processo al Mondo di mezzo inizia ancora prima che questo arrivi formalmente alla sbarra: l’addetto che spinge il carrello con i fascicoli del dibattimento viene inseguito da decine di telecamere finchè non riesce ad entrare in aula.

Mafia Capitale arriva al vaglio del Tribunale e si capisce subito che tutto il processo ruoterà attorno a quella parola: mafia. Da una parte la procura, sicura di avere prove granitiche per inchiodare l’associazione che per anni avrebbe infiltrato le istituzioni romane; dall’altra le difese degli imputati, altrettanto convinte che Mafia Capitale altro non è che una «campagna politico, mediatico, giudiziaria» che si risolverà in un pugno di mosche.

Insomma, nient’altro che una «bufala capitale», una «mafia all’amatriciana» costruita a tavolino da «un’unica regia» che ha messo su un «processetto»: la procura guidata da Giuseppe Pignatone. Il verdetto dei giudici della X sezione, presieduta da Rosanna Ienniello – una che con la mafia romana ha già avuto a che fare, visto che ha guidato la corte che ha processato il clan Fasciani di Ostia – dirà chi ha ragione, ma i numeri sono quelli di un maxi processo alle cosche: 3 anni d’indagine, 46 imputati, centinaia di migliaia di pagine di atti, 55 richieste di costituzione di parte civile in rappresentanza di 150 tra persone e associazioni, detenuti collegati in videoconferenza.

E ancora, il circo mediatico, compresi i finti giornalisti, i curiosi che sperano in un passaggio televisivo, persino Povia: il cantante approfitta della presenza delle tv e ‘passà davanti al tribunale per pubblicizzare il proprio disco in uscita. Quello che i pm ritengono il ‘capò indiscusso dell’associazione che aveva messo le mani su Roma, l’ex Nar Massimo Carminati, è chiuso in una cella al 41 bis del carcere di Parma. Così in aula l’unica sua immagine la rimanda uno schermo 10×15: ‘il cecatò rimane immobile per tutta l’udienza, seduto davanti ad un piccolo tavolo su cui appoggia una bottiglia d’acqua e dei fogli. Si alza dopo otto ore, per sgranchirsi le gambe: 4 passi avanti, 4 passi indietro. Lo spazio è finito. Ad un certo punto gesticola, allarga le braccia come a dire ‘ora bastà quando, dopo un’ora e mezzo, non si è ancora esaurita la coda di avvocati in fila per depositare la richiesta di parte civile.

C’è, invece, il fratello: «ma vi pare che parlo con i giornalisti? È un anno che ci state massacrando, avete rovinato una famiglia». Carminati «è pronto a parlare», assicura il suo avvocato, Giosuè Naso. Ed è una novità assoluta: perchè Carminati non ha mai aperto bocca davanti ad un pm o ad un giudice. Ma inutile aspettarsi che torni ad affrontare fantasmi del passato: dall’omicidio Pecorelli (per il quale è stato assolto) ai legami con la banda della Magliana, dai Nar alla strage di Bologna.

«Quando sarà il momento – dice Naso – si difenderà in maniera diversa rispetto a tutti gli altri processi in cui è stato coinvolto e nei quali ha mantenuto un dignitoso silenzio. Ma non ha rivelazioni da fare. Si difenderà spiegando fatti e circostanze». Quel che è certo è respingerà l’accusa di mafia. «Gli ha dato molto fastidio che il suo nome sia stato accostato alle parole mafia e droga, con la prima non c’entra nulla e la seconda che gli fa veramente schifo». Anche l’altro imputato eccellente, il ras delle Cooperative Salvatore Buzzi, seguirà il dibattimento dal televisore nella sua cella di Tolmezzo. Così come Riccardo Brugia, anche lui ex Nar, considerato l’alter ego di Carminati («potremmo dire l’occhio destro se avessimo voglia di scherzare» afferma Naso in aula), Franco Panzironi, l’ex ad di Ama e Fabrizio Franco Testa, il commercialista fedelissimo di Carminati. L’assenza di Buzzi non va proprio giù al suo avvocato Alessandro Diddi. «Ma quale pericolosità. Qui è stato leso il diritto alla difesa».

L’uomo cui spetta il copyright di una delle più efficienti formule per sintetizzare la corruzione imperante, non certo e non solo a Roma – «la mucca deve mangiare per essere munta» – se ne sta seduto ad un tavolo con lo sguardo basso e solo ogni tanto si avvicina alla telecamera che inquadra l’aula.

Chi, invece, guarda dritto davanti a sè è Luca Odevaine, da due giorni ai domiciliari e oggi in aula. L’ex factotum di Veltroni, l’uomo che sedeva al tavolo sull’immigrazione al Viminale ha deciso di collaborare con i giudici e ha già riempito diversi verbali. Prima che i carabinieri lo riprendano ad alta voce, perchè sempre un imputato resta, ai giornalisti spiegava di «aver fatto degli errori. Ho ammesso le mie responsabilità e ora affronto questo processo in maniera serena. Ma non c’è un sistema mafioso che gestisce la città».

Che non ci sia la mafia lo sostiene anche l’imprenditore Daniele Pulcini. Per un pò si nasconde tra le decine di uditori giudiziari e di studenti venuti a capire come ci si destreggia in un processo complicato. Poi però sbotta. «Queste sono tangenti all’amatriciana. Sa quante schifezze ho visto girando uffici comunali per 20 anni?. C’è la corruzione? Sai che novità. Basta andare in un ufficio del comune per vedere funzionari che hanno la jeep, la casa al mare e quella in montagna, pure l’amante: guadagnano 2mila euro al mese, mi dici come si fa?» Di cittadini, in aula, ce ne sono pochi davvero. Roma non è Palermo nè tantomeno si celebra un processo morboso come quello per la morte di Sarah Scazzi. Ci sono però i «cittadini normali» del M5s, come li definisce il loro legale, che si costituiscono parte civile, assieme a Confindustria e Legacoop, nomadi e profughi, Comune e Viminale: quando si mungeva la mucca, nessuno sapeva. Ora sono tutti lì contro il ‘Mondo di mezzò.

Comments

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  • Cinico

    dei politici non pagherà nessuno e finirà in galera nessuno!

MandarinoAdv Post.