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Evasione fiscale, Raoul Bova a giudizio

Raoul-BovaÈ accusato di aver frodato il fisco per migliaia di euro tra il 2006 e il 2011. Per questo ora l’attore Raoul Bova dovrà affrontare un processo davanti al giudice monocratico del Tribunale di Roma. Il gup lo ha rinviato a giudizio assieme alla sorella Daniela e alla sua ex moglie e procuratrice Chiara Giordano. La prima udienza è stata fissata per il 21 settembre del 2016. Nei confronti dei tre la Procura capitolina contesta il reato di dichiarazione fraudolenta mediante artifici. La tesi dei pm di piazzale Clodio, coordinati dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, è che gli imputati avrebbero procurato sgravi fiscali trasferendo alcuni costi alla società che gestisce l’immagine di Bova, la Sammarco, e sfruttando così un sistema che avrebbe permesso di pagare un’aliquota Iva più bassa del dovuto.

Nel mirino della procura sono finite delle transazioni non giustificate sul conto della Sammarco Srl, società in mano allo stesso Bova e alla sorella, che detengono rispettivamente il 20% e l’80% delle quote. Questa mossa, secondo l’accusa, avrebbe consentito a Bova di pagare un’aliquota più bassa. Nel corso delle indagini la procura ha sollecitato al gip alcuni sequestri di beni immobili riconducibili all’attore per un valore che sfiorava il milione e mezzo di euro. La Cassazione, però, aveva annullato il provvedimento preventivo disponendo il tribunale del Riesame a riaprire le indagini.

Bova è stato comunque rinviato a giudizio perché la documentazione presentata dalla sua società non è stata ritenuta sufficiente ad evitare il processo. Nel decreto con cui disponeva il sequestro nel giugno scorso, il gip, scriveva che dalle indagini «sono emerse alcune fatture per operazioni che la polizia giudiziaria e il magistrato inquirente ritengono inesistenti. Fatture e ricevute emesse dagli indagati Giordano e Bova non risultano documentate in relazione alle asserite cessioni di opere dell’ingegno, in quanto non contengono alcun riferimento individualizzante che consenta di riferire le prestazioni a singole creazioni o alla natura dei diritti ceduti». Secondo il giudici per le indagini preliminari «per le fatture indicate non sono stati forniti, nè dal legale rappresentante della società emittente, nè da alcuno dei formali destinatari della medesima, giustificazioni e documentazione idonea a comprovare il rapporto sottostante tra le parti». «Sono sbalordito dalla decisione di questo giudice – ha detto il difensore dell’attore, l’avvocato Giuseppe Rossodivita -. Sono state disattese le affermazioni del tribunale del riesame e della Cassazione. Il collegio dei giudici della libertà, ha scritto che manca il fumus e non c’è alcun reato. Adesso faremo il processo e lo dimostreremo in aula».

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