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In guerra non ci sono mai stato, il nuovo libro di Daniele Campanari

fotolibro“Ha immagini così forti, questo libro, da lasciare quasi storditi. Ti fermi lì, resti incantato per qualche minuto. Non sono mai convenzionali, mai “poetiche” nel senso più prevedibile e stucchevole del termine, sono sempre inconsuete, personali: sono nuove.”

Il libro in questione è “In guerra non ci sono mai stato”, secondo lavoro editoriale (il primo è “Giocatore di whisky Bevitore di poker”; 2013 – Lettere Animate)  del giovane poeta di Latina Daniele Campanari, in uscita oggi in tutte le librerie. Le parole discorsive, invece, che introducono le poesie sono dello scrittore romano Paolo Di Paolo che insieme a Nicola Bultrini cura l’introduzione al volume.

E in effetti, a guardare bene l’immagine che deriva dai versi, ci si accorge quasi subito di essere davanti a qualcosa di nuovo. Poco o nulla a che fare con la poesia conosciuta sui banchi di scuola. Qualcosa di simile, invece, a quella che dai primi anni del Novecento viene definita come poesia contemporanea. Non una proiezione stilistica del tutto debuttante per Campanari che già col buon esordio letterario si era presentato sulla scena con elementi estremamente personali. Freschi, appunto.

“Campanari non si accontenta mai delle immagini prevedibili, ogni poesia dev’essere una piccola rivoluzione dello sguardo: anche per la più domestica e quotidiana delle situazioni, quando parla di memorie personali, lampi di vita familiare, ruvidi, mai sentimentali; anche quando racconta di una ragazza in treno che legge Shakespeare e ha i capelli un po’ troppo sporchi per sembrare belli. Anche quando parla d’amore, e – cosa rara – riesce a sorprendere.”, dice ancora Di Paolo.

Ed è proprio la rivoluzione che sta alla base di questa raccolta. Una rivoluzione dettata da un venticinquenne nato e cresciuto in provincia che da titolo ricorda con velata ironia che in guerra non c’è mai stato. Seppur evidenziando in una poesia accolta nel libro di aver frequentato per davvero l’ambiente militare “solo sei giorni”. Una rivoluzione che è propria dello sguardo, giovane, rivolto alla vita e, soprattutto, agli abitanti di questa.

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