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Giornata contro le mafie, la storia di Rossella Casini uccisa dalla ‘ndrangheta

Tra le iniziative legate alla giornata contro le mafie, che si svolgerà a Latina sabato 22, si parlerà anche della storia di Rossella Casini, la studentessa fiorentina uccisa dalla ‘ndrangheta. Il caso viene trattato anche nella web serie di Emanuela Gasbarroni.

LA STORIA DI ROSSELLA CASINI. Tra le 900 vittime innocenti delle mafie che Libera ricorda nella Giornata della memoria e dell’impegno c’è anche una studentessa fiorentina. Si chiamava Rossella Casini, studiava psicologia, abitava in Santa Croce con il padre, pensionato Fiat, e con la mamma. Era figlia unica. Aveva 25 anni nel 1981, quando scomparve a Palmi, in Calabria. Per anni i genitori si disperarono senza una sola notizia, senza neppure un corpo su cui piangere. La mamma morì, uccisa dal dolore. Il 21 luglio ’94 il padre, Loredano Casini, lesse sul giornale che sua figlia era stata rapita, uccisa, fatta a pezzi e gettata in mare al largo della tonnara di Palmi. Nessuno lo aveva informato che nell’ambito delle indagini della procura distrettuale di Reggio Calabria sulla faida fra le cosche Gallico-Frisina e Parrello-Condello di Palmi, un pentito palermitano, Vincenzo Lo Vecchio, aveva rivelato che Rossella era stata condannata a morte dalla famiglia Frisina e che l’ordine era stato perentorio: “Fate a pezzi la straniera”.

Una straniera, appunto. Che c’entrava una studentessa fiorentina con una famiglia legata alla ‘ndrangheta? C’entrava perché nel ’78 Rossella aveva conosciuto Francesco Frisina, che studiava economia a Firenze. Si erano fidanzati. Una cosa seria. Anche i rispettivi genitori si erano conosciuti. Perciò fu un colpo terribile per i Casini quando il padre di Francesco, Domenico Frisina, il 4 luglio ’79, venne ucciso da due sconosciuti. Quel giorno Rossella era a Palmi. La ragione e la prudenza avrebbero dovuto consigliarle di troncare il fidanzamento.

Ma lei amava Francesco. E gli si legò ancora più profodamente dopo che il 9 dicembre ’79 anche lui venne ferito in un agguato. Rossella si precipitò a Palmi e riuscì a far trasferire il fidanzato alla clinica neurochirurgica di Firenze, dove gli curarono la ferita alla testa. Durante la convalescenza lei lo convinse a rompere la legge dell’omertà e a svelare la catena di omicidi che avevano insanguinato anche la sua famiglia. Lei stessa riferì al sostituto procuratore di Firenze Francesco Fleury tutto quello che aveva appreso e intuito vivendo a fianco del fidanzato. Fleury trasmise gli atti alla procura di Palmi. Il 22 febbraio ’80 Pino Mazzullo, il cognato di Francesco, marito di sua sorella Concetta, fu intercettato mentre diceva: “Ci ha inguaiati tutti”. Poco più tardi Mazzullo convinse Francesco a ritrattare. Tre giorni dopo furono arrestati entrambi.

Come avrebbe detto molti anni dopo il pubblico ministero Giuseppe Bianco, Rossella era finita in un groviglio di vipere e non fuggì perché era innamorata. Continuò a fare la spola fra Palmi e Firenze e cercò anche di salvare il suo ragazzo con un goffo tentativo di ritrattazione. Come disse anni dopo il pm: “Non schiodava, non se ne andava, non mollava la presa, voleva salvargli l’anima dopo avergli salvato la vita”. Ma per la famiglia di lui era ormai una mina vagante. Nel febbraio ’81, a pochi giorni dall’apertura del processo, Rossella scese nuovamente a Palmi. Domenica 22 febbraio chiamò il padre. “Sto rientrando”, disse. Invece sparì per sempre.

Tredici anni più tardi il pentito Vincenzo Lo Vecchio accusò dell’omicidio Domenico Gallico e Pietro Managò, su mandato di Concetta Frisina, la sorella di Francesco, “la personalità più forte della famiglia”. “E’ come se dentro di lei  – dirà anni dopo il pubblico ministero Giuseppe Bianco  –  ci fosse una forza nascosta, oscura, prorompente, una vis compulsiva a dominare la scena sempre e comunque”.

Grazie alle rivelazioni del pentito, si poteva sperare che per Rossella ci fosse almeno giustizia. Ma non è stato così. “La prima udienza di questo processo si fa il 25 marzo ’97, per essere precisi”, ricorda nel 2006 il pm alla corte di assise: “Ci sono una serie di intoppi procedurali, di stralci, di questioni di competenza. Il processo per l’omicidio Casini comincia a fare qualche passo dibattimentale nel 2001 con il pm Provazza. Il processo comincia, si spegne, ricomincia. Cambia continuamente il collegio. I testi vengono sentiti più volte. Ci sono quattro riaperture di dibattimento”. Un tormento. “Perché  – dice il pm  –  il processo italiano è il processo di Azzeccagarbugli… perché ormai nei processi italiani si parla solo di questioni formali, e non di questioni formali importanti. E certamente non del fatto”. Il pm chiede l’ergastolo per i tre imputati. E’ convinto che siano colpevoli, ma non ha molte speranze. Al termine della requisitoria dice: “Finalmente abbiamo parlato del fatto. I fatti sono di 25 anni fa. Nove anni di processo. Voi emetterete la sentenza. Sarà importante. Non voglio essere irriguardoso nei confronti della Corte. Ma la sentenza di questo processo è già stata emessa. E l’ha emessa il padre Loredano Casini, che adesso è morto. Come è morta la mamma. In quella famiglia sono tutti morti. Ora sì che non possono dare fastidio”.

Il pm ricorda le parole sconsolate sulla giustizia pronunciate dal padre di Rossella nel lontano ’94, quando apprese da un articolo di giornale che sua figlia era stata fatta a pezzi, dato che nessuno degli inquirenti aveva avuto la delicatezza di informarlo. Parole senza speranza. “Ed aveva ragione”, commenta il pm: “Perché nel processo di Azzeccagarbugli non si può avere fiducia. Perché è fatto apposta per non fare giustizia”. I tre imputati dell’uccisione di Rossella furono assolti. (Repubblica.it)

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