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Tentato omicidio Ciarelli, le motivazioni della condanna di Fiori

Depositate le motivazioni della sentenza di condanna a carico di Gianfranco Fiori a dodici anni e sei mesi di reclusione con l’accusa di aver tentato di uccidere il leader indiscusso del clan di Pantanaccio, Carmine Ciarelli.

In quaranta pagine il giudice De Robbio spiega i contrasti tra la vittima e chi lo avrebbe voluto eliminare, le dinamiche interne ai gruppi rivali, l’individuazione del responsabile riuscita prima di tutto ai familiari di Ciarelli, l’iniziale tentativo di nascondere il nome dell’attentatore, con l’obiettivo di vendicarsi prima che finisse in carcere.

La prima parte è dedicata alla ricostruzione del 25 gennaio 2010, il giorno che apre la faida più cruenta degli ultimi anni in città. Viene descritta la scena di sangue, il bar Sicuranza, dove Ciarelli viene colpito da cinque dei sette colpi di pistola sparati «da un ciccione». Questa la prima indicazione del responsabile che i familiari si tramandano e che spiega come Ciarelli non conoscesse chi lo aveva colpito, «altrimenti – si legge nelle motivazioni – avrebbe fatto nome e cognome ai suoi familiari».

Il giudice sottolinea l’inesperienza di quel giovane che non era riuscito a portare a termine il compito, di sicuro «non un killer professionista o una persona avvezza a sparare». Diverse le intercettazioni indicate che palesano i contrasti tra Ciarelli e l’unica persona che avrebbe voluto vederlo morto: Massimiliano Moro, ucciso la sera stessa nella sua abitazione in Q5. Già nel periodo della detenzione Moro aveva dichiarato di non voler più restituire a Carmine il debito contratto e la relativa intenzione di farlo fuori: «Non gli do una lira, fa una brutta fine».

La stessa vittima aveva confessato il prestito concesso al 46enne per investirlo nel traffico di stupefacenti e la volontà del suo rivale di farsi spazio nella gestione degli illeciti. Ciarelli ritratta a un certo punto le sue convinzioni su Moro, ha paura che i suoi familiari vengano indagati per il delitto in Q5. Ma ci sono le intercettazioni ambientali a sostenere tale ipotesi: «T’abbiamo fatto botta e risposta, i più forti siamo noi», riferendosi anche all’omicidio di Fabio Buonamano, ucciso il 26. Il gup esclude la presenza di Moro in via Pantanaccio, sarebbe stato riconosciuto da Ciarelli e non sarebbe andato a trovarlo in ospedale. Le caratteristiche fisiche dell’attentatore portano a Fiori: si aggiunge il particolare della dentatura pronunciata. Lo stesso Ciarelli «indica un giovane vicino a Moro, robusto e con i denti sporgenti».

Comments

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  • SETTIMIO VINCIGUERRA

    Ma vi rendete conto in che paese viviamo?
    i giudici si basano sulla testimonianza di un delinquente e fanno condannare una persona.
    non ho parole…..

  • ale

    X SETTIMIO : Io nn ho parole per quello che hai scritto , si che la legge nn e’ uguale per tutti pero’ tu che sembri cosi informato secondo te i giudici di latina condannavano un povero ragazzo 12 anni di reclusione solo per delle testimonianze di un pluripregiudicato………… diciamo che forse le forze dell’ordine lo sapevano da un pezzo che poteva essere il colpevole ma face va piu’ comodo fuori…. chi vuol capire capisca

MandarinoAdv Post.