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Dossier di Libera: così i clan sfruttano il gioco d’azzardo

Ogni italiano, neonati compresi, spende 1.260 euro all’anno per tentare la fortuna tra videopoker, slot-machine, lotterie e sale bingo: in totale 76,1 miliardi per l’azzardo ufficiale, e almeno altri 10 miliardi per quello illegale. Un fatturato che fa del gioco la terza impresa italiana.

Il dossier di Libera «Azzardopoli» fotografa «un terreno borderline» in cui le mafie hanno la possibilità di impiantarsi per fare affari: nella gestione delle slot, di fatto – sottolinea lo studio curato da Daniele Poto – le cosche sono «l’undicesimo concessionario occulto del Monopolio».

Infatti, ha spiegato in una conferenza stampa la consigliera Diana De Martino della direzione nazionale antimafia, «a partire dal 2003, quando il gioco si è evoluto, anche le infiltrazioni si sono evolute: concentrandosi sulle macchinette, che sono il comparto dei giochi con la maggiore redditività».

Al momento ci sono 10 concessionarie ognuna delle quali ha collegamento telematico che comunica i dati sulle giocate al Fisco per poi applicare le tasse al 12%: l’attività delle mafie consiste nell’alterare le macchinette in modo da annullare o abbattere i dati comunicati al Fisco. I rischi e le sanzioni sono contenute: difficile dimostrare l’associazione mafiosa, e alla fine si viene giudicati solo per l’intrusione abusiva in un sistema informatico o per concorrenza sleale. Sono 41, dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, dai Santapaola agli Schiavone, i clan che gestiscono i «giochi delle mafie», a Chivasso come a Caltanissetta, passando per la Capitale.

Le mafie si infiltrano nelle società che gestiscono i punti scommesse, nelle sale gioco che fanno da «lavanderie» per i soldi sporchi; lucrano con l’usura; gestiscono bische clandestine e toto nero, e il mercato del calcio scommesse da solo vale 2,5 miliardi; acquistano i biglietti vincenti dai giocatori, pagando un sovraprezzo che va dal 5 al 10%, per riciclare il denaro sporco: esibendo tagliandi vincenti di Superenalotto e lotterie, i clan possono giustificare l’acquisto di beni e attività commerciali.

«Un danno sociale, ma anche umano», ha detto il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti: 800 mila persone sono dipendenti dal gioco e altri 2 milioni di giocatori sono a rischio. «Bisognerebbe applicare – ha aggiunto – le direttive dell’Oms che dicono che la dipendenza da gioco è una malattia sociale e va fatta prevenzione». Libera sollecita, una legge quadro sul gioco d’azzardo, di limitare i messaggi pubblicitari e di marketing; promuovere campagne di informazione, di consentire ai giocatori dipendenti il diritto di usufruire di cure e benefici.

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