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NEGOZIATI PER LIBERARE GLI OSTAGGI DEI PIRATI

Sono in corso negoziati per il rilascio dei 16 membri dell’equipaggio del rimorchiatore italiano Buccaneer, tra cui dieci concittadini, anche se la linea è quella del rifiuto di ogni pagamento di riscatto, scelta questa che incoraggerebbe, come finora avvenuto, la
pirateria. È quanto ha dichiarato oggi all’ANSA il primo ministro del Governo Federale di Transizione somalo Omar Abdirashid Ali Sharmake, in un’intervista a Nairobi.  Altro punto sottolineato con forza dal premier, la strategicità delle relazioni con l’Italia. E quindi la richiesta al governo italiano di rendersi in qualche modo portavoce a livello internazionale delle esigenze della Somalia per creare strutture valide; rendendosi inoltre sempre più protagonista sul piano bilaterale per la ricostruzione nei diversi settori: politica, economia, istruzione, sanità, orientamento dei giovani e creazione ed addestramento di un nuovo esercito.


«Le trattative per il Buccaneer – dice – sono in corso. Le conducono autorità del Puntland (regione semiautonoma della Somalia del Nord Est), in stretto coordinamento con il nostro governo. Riscatto? No, per noi è da escludere, è così che si è ingigantito il fenomeno della pirateria: diciamo sempre a governi e compagnie armatrici di non pagarli».

Ma da dove deriva la pirateria? «È un fenomeno politico, economico e sociale, ovviamente inaccettabile, che affonda le radici nell’assoluta mancanza di potere centrale valido. Puoi fare tutte le dichiarazioni che vuoi, ma senza un governo in grado di prevenire il fenomeno, combatterlo e bloccarlo è tutto inutile».

E per i 300 ostaggi nelle mani dei pirati, che si può fare? «Finora abbiamo tentato con aiuti umanitari e l’intervento dei capi tribali locali. Pochissimi i risultati. Si ipotizza anche un’azione militare ma non vogliamo mettere in pericolo la vita degli ostaggi, e poi, con quale esercito?» E qui entra in campo quanto Omar Abdirashid chiede all’ Italia. «Ci avete sempre aiutato a tutti i livelli. E, al di là dei nostri storici legami (lo sa – intercala – che l’italiano è ancora la quarta lingua più parlata in Somalia?), ci vorrebbe un ulteriore sforzo bilaterale».

Quale? «Innanzitutto farsi nostro sponsor presso la comunità internazionale, Onu, Usa, Ue, Unione Africana e via dicendo, del documento strategico sulla ricostruzione che stiamo mettendo a punto e consegneremo a breve; quindi aiutandoci nelle strategie politiche, economiche, nel ricreare condizioni utili per istruzione, sanità, orientamento giovanile e la creazione di un esercito nazionale, il suo addestramento».

Come contate di sconfiggere la forte presenza dell’integralismo islamico, in particolare gli Shaabab, ritenuti il braccio armato somalo di al Qaida? «Sono terroristi che terrorizzano le popolazioni, si muovono di continuo, hanno grandi finanziamenti, e sono armati molto meglio di noi. Come possiamo combatterli se sono più forti, se non abbiamo esercito, equipaggiamento ed armi, se non abbiamo reali capacità operative?»

Ma quanto ci vorrà per tutto questo? «Il tempo -conclude- non è certo dalla nostra parte: al più presto possibile».


Tra gli ostaggi dei pirati c’è anche Mario Albano, primo ufficiale di coperta iscritto alla capitaneria di porto di Gaeta. Albano vive a Itri con la moglie e due figli (un ragazzo di 19 anni ed una ragazza di 31 anni) ma è originario di Gaeta dove vive la famiglia e dove la sorella Nadia gestisce un bar, il «Caffè Nadine» in piazza Tonti. Ieri si era dffusa la notizia della telefonata a casa di tutti gli ostaggi ma in realtà Mario Albano non ha chiamato i suoi familiari.

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