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Omicidio Mollicone, indagato un carabiniere di Itri

È stato fissato per metà luglio l’incidente probatorio per il delitto di Serena Mollicone, la diciottenne di Arce, in provincia di Frosinone, scomparsa il primo giugno di dieci anni fa e ritrovata uccisa due giorni dopo nel boschetto di Fontana Cupa, ad Anatrella, una località a pochi chilometri dalla sua abitazione. In sede di incidente probatorio, fissato dal Gip della procura di Cassino, Lanna, i cinque indagati per il delitto di Serena Mollicone saranno sottoposti al test del Dna. Il loro profilo genetico sarà poi comparato con quello trovato sugli indumenti di Serena, ma anche sullo scotch e sul fil di ferro utilizzato per legare il corpo della diciottenne.Tra gli  indagati anche un carabiniere di Itri, Francesco Suprano, 43 anni.

«Gli sviluppi sulle indagini rappresentano un vero sollievo per il nostro paese che ha reagito bene alla notizia degli indagati. La ricerca della verità è un conforto per tutti, per la famiglia Mollicone, per l’amministrazione comunale e per i cittadini». Il sindaco di Arce (Frosinone), Roberto Simonelli, così commenta gli sviluppi dell’inchiesta sul delitto di Serena Mollicone, la diciottenne scomparsa il primo giugno 2001 e ritrovata uccisa dopo due giorni nel boschetto di Fonte Cupa, ad Anitrella, a pochi chilometri da casa. Cinque le persone indagate dalla procura di Cassino per le ipotesi di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Tra gli indagati c’è anche l’ex fidanzato di Serena, Michele Fioretti, 38 anni: il suo avvocato Armando Pagliei, ieri ha detto che «non ha nulla da temere, e ben vengano tutti gli accertamenti, compreso l’esame del Dna». «Il nostro paese – aggiunge il sindaco di Arce – ha accusato un forte colpo e ora vogliamo sapere solo la verità, conoscere chi ha ucciso Serena. È fondamentale anche per capire anche se ci siano state, per così dire, delle responsabilità del nostro territorio, del nostro ambiente».

SIAMO INNOCENTI – Non sono più lì da anni, ma si parla solo di loro ad Arce. I due carabinieri indagati per l’omicidio di Serena Mollicone, nel 2001, Franco Mottola e Francesco Suprano, fanno sapere tramite i loro legali di non avere nulla a che fare con il delitto. Così come Marco Mottola, il figlio dell’allora comandante della stazione dell’Arma nel paesino del Frusinate. Secondo una delle ipotesi della procura di Cassino, la ragazza era andata a denunciarlo alla caserma locale come spacciatore di droga quando sparì, due giorni prima che il suo corpo venisse ritrovato in un bosco. È la pista prediletta dal padre di Serena, Guglielmo Mollicone, che da dieci anni studia le carte processuali e insegue la verità. In paese molti non sono stupiti per il coinvolgimento dei militari, mentre c’è curiosità per l’iscrizione nel registro degli indagati di Michele Fioretti, che all’epoca dell’omicidio era il fidanzato della studentessa. «La mia vita è stata distrutta da questa vicenda, mi sento perseguitato», ha detto l’uomo, che ora ha 38 anni. «Ben vengano tutti gli accertamenti, compreso l’esame del Dna – afferma il suo legale, Armando Tagliei -. Il mio cliente non ha nulla da temere e vuole solo essere lasciato in pace». L’avvocato poi critica i pm: «Siamo davanti a una formulazione del capo d’imputazione perlomeno curiosa, l’ipotesi accusatoria non si capisce». Fioretti, stando ad una delle nuove ipotesi investigative, avrebbe ucciso la ragazza assieme alla madre, Rosina Parmigianoni: è la pista alternativa a quella che porta alla stazione dei carabinieri. Ma Guglielmo Mollicone non ci crede e suggerisce piuttosto di occuparsi di un’altra figura femminile della quale intende parlare con gli inquirenti. «Il lavoro fatto intorno a Serena è stato un lavoro femminile», dice. Mottola è in pensione e vive a Teano, nel Casertano, suo paese natale. Il figlio ha un’attività commerciale nella stessa provincia. L’altro carabiniere, Francesco Suprano, è invece ancora in servizio, in una stazione della provincia di Isernia. È «sbigottito», ma «vuole che sia fatta piena luce», dice uno dei suoi legali, Emiliano Germani. Anche in questo caso, nessun timore del test del Dna in sede di incidente probatorio. «Mi ha detto che nella caserma si svolgeva un’attività molto lineare e i contatti con la popolazione erano corretti – ha aggiunto l’avvocato di Suprano -. Con il maresciallo Mottola c’era un rapporto pacifico e di stima». Eppure ad Arce molti guardavano con sospetto a quella caserma.

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