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Espulso un altro egiziano, colpita la rete di Amri

Perde un altro pezzo la rete italiana di Anis Amri, l’autore della strage al mercatino di Natale a Berlino, bloccato e ucciso dalla Polizia a Sesto San Giovanni il 23 dicembre scorso. Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha firmato il decreto di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato nei confronti di un egiziano di 43 anni: uno dei telefoni utilizzati da Amri quando era in Italia, era intestato a lui. L’egiziano è il 39^ espulso dall’inizio dell’anno e il 171^ da gennaio 2015 ad oggi.

Numeri che confermano ciò che Minniti ha ribadito più volte: le espulsioni sono uno «strumento di prevenzione preziosissimo che consente di ‘colpirè la radicalizzazione prima che possa trasformarsi in compiuta progettualità terroristica». Esattamente il caso dell’egiziano: condannato per reati comuni e già espulso 4 anni fa, era rientrato in Italia grazie riuscendo ad un visto dell’ambasciata italiana al Cairo ottenuto in maniera fraudolenta. Nei giorni scorsi, proprio in seguito alle indagini aperte per ricostruire i contatti di Amri, è stato rintracciato dalla Digos di Catania. Nel camper in cui viveva, gli agenti hanno trovato un machete e un telefono contenente file audio con inni jihadisti e la foto del responsabile dell’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia. Con l’espulsione dell’egiziano sono già 6 i soggetti cacciati dall’Italia ed entrati in qualche modo in contatto con l’autore della strage di Berlino (il cui corpo è da 4 mesi all’obitorio di Milano senza che alcuno ne faccia richiesta di restituzione), detenuto per 4 anni in Sicilia. Si tratta di 4 tunisini, un marocchino e, appunto, l’egiziano rimpatriato questa mattina. Il primo della ‘retè ad esser espulso, il 13 gennaio, è stato un tunisino di 32 anni fermato a Falconara e poi trasferito al Cie di Torino: era in contatto con un connazionale membro dell’Isis a sua volta entrato in collegamento con Amri.

Sei giorni dopo è toccato ad un tunisino 53enne: qualche giorno dopo la sparatoria a Sesto San Giovanni, aveva minacciato un volontario della mensa della Caritas di Latina dicendogli «i tuoi fratelli hanno ammazzato un mio fratello a Milano». Il terzo pezzo della rete del terrorista di Berlino è invece un marocchino di 22 anni, Soufiane Amri. Era uno dei responsabili della moschea berlinese Fussilet 33, poi chiusa in seguito a indagini sul terrorismo islamico. Il provvedimento è del 31 gennaio, ma di lui si è saputo solo ieri in seguito all’arresto di un congolese che era stato ospite del centro per rifugiati della città. I due estremisti erano entrati in Italia tra il 2 e il 3 dicembre 2016 e, dopo una tappa a Roma, avevano tentato senza riuscirci di imbarcarsi da Ancona per la Grecia. Da lì, sostengono gli investigatori, avrebbero raggiunto la Turchia e poi forse la Siria per compiere attentanti e unirsi all’Isis.

Nella rubrica telefonica di Amri, infine, c’era anche il numero di un tunisino di 47 anni espulso il 25 febbraio e di un tunisino di 37 cacciato il 12 marzo scorso e residente a Latina. Quest’ultimo faceva parte dei contatti di Amri quando a giugno 2015 fu ospite di Yaakoubi Montasser e della sua compagna, ad Aprila.

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