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Il centro donna Lilith ricostruisce il processo ai “mostri del Circeo”

In occasione del 25 novembre 2010 – Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne – il Centro Donna “Lilith” di Latina intende presentare alla città una iniziativa articolata lungo l’arco di una settimana e incentrata su più livelli, a partire dai risultati di oltre un anno di ricerca sul quello che è noto in tutta Italia come il “Processo del Circeo”, processo svoltosi presso la Corte d’Assise del Tribunale di Latina nell’estate del 1976.

“A distanza di tanti anni – scrive il centro donna Lilith –  l’esperienza vissuta da un gruppo consistente di donne della nostra città, che allora si affacciavano ai temi della politica al femminile, mantiene ancora intatta la sua validità e attualità, anche alla luce degli innumerevoli episodi di violenza infra ed extra familiare, non ultimi i casi di femminicidio che si stanno susseguendo con un ritmo incalzante. Il voler collegare l’esperienza di quel processo “storico” all’attività che costantemente l’Associazione svolge nel territorio provinciale, nasce dalla consapevolezza del filo che lega per noi passato e presente: attraverso le iniziative che accompagneranno la settimana dedicata al 25 novembre, vogliamo raccontare, a partire da un momento cruciale per la costituzione del movimento femminista a Latina – il “processo del Circeo”- il percorso del gruppo di donne che, a metà degli Anni ’80, hanno dato vita all’ Associazione “Centro Donna LILITH”, e che, secondo una forte linea di continuità con la “presenza” militante e la “pratica” dei processi prima e la mobilitazione in sostegno della Legge di iniziativa popolare contro la violenza alle donne, ha condotto all’apertura del Centro Antiviolenza nel 1991 e della Casa Rifugio “Emily” nel 2003, spazi allo stesso tempo simbolici e concreti di libertà femminile. In particolare, la Casa Rifugio “Emily” è una struttura residenziale per donne costrette ad abbandonare il loro domicilio a causa di gravi e ripetute violenze, che l’Associazione gestisce nell’area urbana del territorio comunale di Latina, in accreditamento con l’ Amministrazione Provinciale di Latina, ai sensi dell’ art. 4 della L.R. n.64/93”.

IL PROCESSO – La giovane Donatella, costituitasi poi parte civile contro i suoi carnefici, venne rappresentata dall’avvocato Tina Lagostena Bassi nel processo. Diverse associazioni femministe si costituirono parte civile e presenziarono al processo. Il 29 luglio 1976 arrivò la sentenza in primo grado al tribunale di Latina: ergastolo per Gianni Guido e Angelo Izzo, ergastolo in contumacia per Andrea Ghira. I giudici non concessero alcuna attenuante. Ghira fuggì in Spagna e si arruolò nel Tercio (Legione spagnola) (da cui venne espulso per abuso di stupefacenti nel 1994) con il falso nome di Massimo Testa de Andres. Ghira sarebbe morto di overdose nel 1994 e sarebbe stato sepolto nel cimitero di Melilla, enclave spagnola in Africa, sotto falso nome. Nel dicembre 2005 il suo cadavere fu ufficialmente identificato mediante esame del DNA. I familiari delle vittime hanno tuttavia contestato le conclusioni della perizia, sostenendo che le ossa sarebbero quelle di un parente di Ghira. Esiste d’altra parte una foto del 1995, scattata dai Carabinieri a Roma, che ritrae un uomo camminare in una zona periferica della città: l’analisi dell’immagine al computer ha confermato che si trattava di Andrea Ghira. Nel corso degli anni suoi avvistamenti sono stati segnalati in Brasile, Kenya, Sudafrica. Guido e Izzo nel gennaio 1977 presero in ostaggio una guardia carceraria e tentarono di evadere dal carcere di Latina, senza successo. La sentenza viene modificata in appello il 28 ottobre 1980 per Gianni Guido. La condanna gli viene ridotta a trenta anni, dopo la dichiarazione di pentimento e la accettazione da parte della famiglia della ragazza uccisa di un risarcimento. Gianni Guido riuscì in seguito ad evadere dal carcere di San Gimignano nel gennaio del 1981. Fuggì a Buenos Aires dove però venne riconosciuto ed arrestato, poco più di due anni dopo. In attesa dell’estradizione, nell’aprile del 1985 riuscì ancora a fuggire, ma nel giugno del 1994, fu di nuovo catturato a Panama, dove si era rifatto una vita come commerciante di autovetture, ed estradato in Italia. L’11 aprile 2008 Gianni Guido, il terzo assassino, è stato affidato ai servizi sociali dopo 14 anni passati nel carcere di Rebibbia. Ha finito di scontare definitivamente la pena il 25 agosto 2009, fruendo di uno sconto di pena grazie all’indulto: in pratica, a fronte di una condanna a trent’anni, ha scontato solo poco meno di 22 anni in carcere, essendo fuggito più volte dal carcere e avendo trascorso ben 11 anni di latitanza all’estero. Così infatti ha commentato Letizia Lopez, sorella di Rosaria: “Il signor Guido non ha affatto scontato la sua pena; è andato in Argentina, è scappato all’estero, ha fatto gran parte della condanna ai servizi sociali, ha usufruito di permessi. Ma insomma mi chiedo con quale coraggio una persona così con quello che ha fatto, e senza mostrare pentimento, ora gira libero per Roma?”.

I FATTI – 30 settembre 1975. Quella sera in una villa del Circeo Gianni Guido, 19 anni, Angelo Izzo, 20 anni, e Andrea Ghira, 22 anni, picchiano, violentano e annegano una studentessa di 19 anni, Rosaria Lopez, e riducono in fin di vita una sua amica di appena 17 anni, Donatella Colasanti, che riesce a salvarsi solo facendosi credere morta dai tre massacratori. Proprio credendola morta, infatti, Izzo, Guido e Ghira la chiudono con la Lopez nel bagagliaio della loro auto, una Fiat 127. Sara’ la Colasanti a raccontare i dettagli di quelle 36 ore di terrore. I tre giovani invitano le due ragazze a una festa nella villa. Festa che per le giovani si trasforma presto in un incubo. Sono le 19,30 quando Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira dicono alle ragazze che le avrebbero addormentate per poi riportarle a Roma. I tre massacratori preparano due siringhe con del liquido rosso. Poi Rosaria e Donatella vengono separate, la Lopez viene portata da Izzo e Guido al piano di sopra, mentre la Colasanti resta al piano terra con Ghira. Quando si accorgono che le iniezioni non fanno effetto, la situazione precipita.

La Colasanti sente l’acqua scorrere nel bagno del piano di sopra, dove Izzo resta con la Lopez mentre Guido e Ghira si alternano per aiutarlo. Poi, atterrita, sente le grida della ragazza, a tratti interrotte come se le stessero infilando la testa nell’acqua. Qualche minuto di urla, poi il silenzio. Per Rosaria Lopez e’ la fine. I suoi assassini passano a colpire l’amica. Quando scendono dal piano superiore e si rendono conto che anche sulla Colasanti l’iniezione non ha avuto effetto, i tre cominciano a colpirla alla testa con il calcio della pistola, poi la prendono a pugni e le legano un laccio attorno al collo.

La trascinano nuda per tutta la casa. La Colasanti sviene. Quando si riprende sente qualcuno dire: ‘Questa qui non vuole morire’. A questo punto, disperata, la ragazza capisce che la sola cosa da fare per salvarsi e’ fingersi morta. Alle 21 Guido, Izzo e Ghira avvolgono in teli di plastica quelli che ritengono essere due cadaveri e li caricano nel portabagagli della Fiat 127. Poi, tornano a Roma. Alle 23.30, parcheggiano la macchina in Via Pola e vanno in pizzeria. Poi, alle 2.50 una donna che abita in un appartamento del palazzo davanti al quale e’ ferma la Fiat 127 bianca sente i pugni e i lamenti della Colasanti. Alle tre arrivano i Carabinieri e si trovano davanti Donatella Colasanti, livida e insanguinata. Accanto a lei il corpo della Lopez. Angelo Izzo e Gianni Guido vengono fermati e arrestati quella notte stessa.

I due vengono processati e condannati all’ergastolo in primo grado nel 1976. Guido pero’ si vede modificare, il 28 ottobre 1980, la condanna per il massacro del Circeo a 30 anni dopo la dichiarazione di pentimento e l’accettazione da parte della famiglia della ragazza uccisa di un risarcimento. In seguito, riesce ad evadere dal carcere di San Gimignano nel gennaio del 1981. Guido fugge a Buenos Aires dove pero’ viene riconosciuto ed arrestato poco piu’ di due anni dopo. In attesa dell’estradizione, nell’aprile del 1985 riesce ancora a fuggire, ma nel giugno del 1994 viene di nuovo catturato a Panama, dove si era rifatto una vita come commerciante di autovetture, ed estradato in Italia. Insieme a Guido e Izzo, viene condannato all’ergastolo anche Andrea Ghira, che, invece, fa perdere subito le sue tracce. E rimane latitante fino alla sua morte.

E’ il 29 ottobre 2005 quando gli investigatori della polizia danno la svolta conclusiva alle indagini su Andrea Ghira. Erano sulle sue tracce da tempo, intercettando le conversazioni dei suoi familiari. Cosi’ si scopre che, in realta’, il caporalmaggiore Massimo Testa, alias di Andrea Ghira e’ morto per overdose undici anni prima in Spagna ed e’ sepolto nell’enclave spagnola di Melilla. Quindici giorni dopo una delegazione della polizia scientifica accertera’ che i resti di Testa appartengono proprio ad Andrea Ghira. E’ il 26 novembre quando il test del dna da’ il risultato definitivo. In quello stesso giorno Donatella Colasanti si fa avanti con l’ultima azione legale nei confronti del suo aguzzino, chiedendo alla sua famiglia un risarcimento dei danni che il suo avvocato quantifica subito in un milione di euro.

Il 30 dicembre 2005 Donatella Colasanti, sopravvissuta al massacro del Circeo, muore a Roma dopo una lunga malattia all’eta’ di 47 anni. Nella sua vita ha sempre chiesto giustizia per quanto accaduto quella sera perche’ secondo lei, soprattutto sul ritrovamento del cadavere di Andrea Ghira, c’erano ancora molti interrogativi da sciogliere. Lo ha fatto anche in punto di morte, quando al suo legale disse: ”Battiamoci per la verita”’. Ma nel 2005 si e’ riaperto due volte il capitolo oscuro del massacro del Circeo: il 30 aprile due corpi vengono trovati parzialmente sepolti all’interno del giardino di una villetta a Campobasso. Si tratta dei cadaveri di madre e figlia, Maria Carmela Limucciano e Valentina Maiorano, rispettivamente moglie e figlia di Giovanni Maiorano, esponente della Sacra Corona Unita. Ad ucciderle e’ stato Angelo Izzo, divenuto amico del boss in carcere a Palermo.

Izzo se ne era conquistato la fiducia e, non appena ottenuto dai giudici il permesso di uscire dal carcere, le ha uccise. La polemica sul permesso concesso al massacratore del Circeo infiammano i tribunali. Al punto che l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli avvia un’indagine sul caso. Per il duplice delitto di Ferrazzano Izzo viene condannato all’ergastolo il 4 marzo del 2008 dalla Corte d’Assise d’Appello di Campobasso. Sentenza confermata dalla prima sezione penale della Cassazione che, il 20 novembre dello scorso anno, respinge il ricorso presentato dalla difesa di Izzo, condannando il massacratore del Circeo al carcere a vita.

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