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Rocco e i suoi fratelli, quella scena vietata a Milano e girata al lago di Fogliano

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rocco-e-i-suoi-fratelli-scena-latina«La Provincia di Milano impedì a Visconti di girare la scena dell’uccisione di Nadia all’Idroscalo di Milano, temendo offendesse quel luogo, così le riprese si conclusero sul lago di Fogliano, a Latina».

Così Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, sottolinea quanto venne osteggiata nel 1960 la realizzazione di Rocco e i suoi fratelli, che il 7 marzo torna al cinema – una settantina di sale in altrettante città, dopo alcuni festival – in occasione del 40 anniversario della morte di Luchino Visconti.

Il film è in versione integrale, restaurato dal Laboratorio del Cinema Ritrovato della stessa Cineteca, in collaborazione con Titanus, Rai Cinema, la fondazione di Martin Scorsese tra gli altri. «Il film – ricorda Scorsese – parla degli effetti di questo nuovo mondo sulla famiglia che cade gradualmente a pezzi. Quando Rocco e i suoi fratelli è uscito, tanta gente l’ha criticato per le emozioni forti che metteva in scena. È drammatico, come lo sono tutti i film di Visconti, ma le osservazioni sull’eccesso non avevano senso, secondo me. Rocco fa parte della cultura italiana».

Con questo grande affresco Visconti ha raccontato l’Italia che cambiava negli anni dello sviluppo industriale e della migrazione interna da Sud a Nord. Le star Alain Delon, Claudia Cardinale e Annie Girardot sono, con Renato Salvatori, i protagonisti di un film che ha segnato intere generazioni italiane, puntando il dito sulla violenza delle profonde trasformazioni, a cominciare dall’interno di una famiglia.

«Fellini ha raccontato La dolce vita, io tenterò invece di raccontare l’amara vita della gente come Rocco»: così ne parlava Luchino Visconti, a confronto con l’altro film che ha marcato il 1960 del cinema italiano nel mondo.

Visconti, morto a 70 anni il 17 marzo del 1976, è considerato uno dei più grandi registi al mondo. Figlio del ramo milanese di una delle famiglie più antiche d’Europa, conte e duca, avrebbe potuto vivere da aristocratico, come diversi personaggi dei suoi film (ha diretto 14 lungometraggi, anche Senso, Il Gattopardo, La caduta degli dei, Morte a Venezia), ma ha scelto di fare cinema e teatro durante la guerra, «lo stesso periodo in cui si è iscritto al Partito Comunista e ha partecipato alla Resistenza», ricorda ancora Scorsese. E lo ha fatto con quella sua cifra personalissima che, pur attraversando neorealismo o decadentismo e altre influenze, ha interrogato l’Uomo.

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