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Criminalità a Sabaudia, sequestrato l’impero della famiglia Di Maio

La polizia ha eseguito una serie di sequestri di beni tra immobili e conti bancari nei confronti di Salvatore Di Maio, nato a Castello di Cisterna (NA) e residente a Sabaudia, e del suo nucleo familiare. L’attività su ordine del Tribunale di Latina che ha emesso i decreti di sequestro preventivo, è frutto delle risultanze delle indagini portate avanti dalla Questura di Latina con la proposta di applicazione di misure di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti della famiglia in questione, nota per essere stata più volte al centro delle vicende giudiziarie del sud pontino.

Di Maio, di origine campana, carabiniere in congedo ed imprenditore, nel corso degli anni è stato ripetutamente coinvolto in gravi fatti di usura ed estorsione, riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite. Da indagini eseguite dalla Dda di Napoli emerge uno stretto legame operativo tra lui e le organizzazioni criminali di stampo mafioso come il clan camorrista «Cava» di Quindici, un piccolo comune dell’avellinese.

«Il patrimonio accumulato – dice la Questura – non solo nel sud pontino ma anche in provincia di Piacenza e nella provincia di Napoli anche attraverso interposte persone, è risultato in evidente sproporzione con le disponibilità dirette e indirette dichiarate al fisco. Il patrimonio oggetto del sequestro ammonta ad un valore di circa 30 milioni di euro».

UN IMPERO SOTTO SEQUESTRO – Ventisei immobili, 3 locali e magazzini, 34 terreni, 7 negozi, 19 scuderie, 7 veicoli e
numerose quote societarie, la maggior parte dei quali a Sabaudia, ma anche ad Alseno, in provincia di Piacenza, e a Castello di Cisterna, in provincia di Napoli. È l’intero patrimonio, che ammonta a 30 milioni di euro, sequestrato oggi dalla divisione anticrimine della questura di Latina e dalla squadra mobile, intestato al 63enne Salvatore Di Maio, originario di Castello di Cisterna e residente a Sabaudia dal ’77, e al suo nucleo familiare, composto dalla moglie e dai tre figli, Andrea, Francesco e Rosa, quest’ultima consigliere comunale di Sabaudia (Popolari liberali), ora sospesa dall’incarico.

LE INDAGINI – L’attività, condotta dagli investigatori della Questura di Latina ha evidenziato l’esistenza di concreti indizi dai quali si desume che Salvatore Di Maio, carabiniere in congedo e imprenditore, era dedito ad attività illecite, legato al clan Cava di Quindici, nell’avellinese, per conto del quale riciclava denaro di provenienza illecita. A carico di Di Maio pendono procedimenti penali per estorsione, rapina, riciclaggio e associazione a delinquere di stampo mafioso. Il 63enne era stato rinviato a giudizio lo scorso anno, insieme ad altri 75 imputati, accusato, secondo le indagini della Dda di Napoli, di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio di denaro sporco. Dall’esame della corposa informativa degli investigatori della Dda di Napoli, tutto il complesso immobiliare sarebbe in realtà del clan camorristico Cava . Il collegamento diretto tra Di Maio e Cava sarebbe stato assicurato dal patrimonio immobiliare in piena disponibilità della famiglia avellinese ma intestato alla società «Clama» srl di cui il Di Maio è amministratore unico. Alla figlia di Di Maio, consigliere comunale di Sabaudia, risultano intestate due società, che rappresentano da sole una parte consistente del patrimonio oggetto di sequestro.

IL CLAN CAVA – Il clan Cava è un clan camorristico di Quindici operante in Campania e non solo. Questa cosca da oltre trent’anni è protagonista di una sanguinosa faida con l’altro clan del Vallo di Lauro, quello di Graziano. I due reggenti del clan sono Bernardo e Salvatore, fratelli di Antonio e Biagio già detenuti da tempo in carcere. L’esistenza di quest’associazione di stampo camorristico capeggiata dalla famiglia Cava di Quindici e operativa nei comuni del Vallo di Lauro e del Baianese, della provincia di Avellino, e dei comuni di Nola, San Gennaro Vesuviano e Palma Campania, della provincia di Napoli. Rapine, estorsione e spaccio di sostanze stupefacenti sono le attività principali del clan. Iniziata nel 2003, l’attività di indagine ha comportato l’arresto di 50 presunti membri affiliati decapitando quasi del tutto il sodalizio criminale con l’esecuzione di oltre trecento operazioni di intercettazione telefoniche ed ambientali, in auto ed abitazioni e di videosorveglianza, attraverso la quale gli investigatori ritengono di aver individuato beni riconducibili alle illecite attività del sodalizio, per i quali l’autorità giudiziaria ha emesso due distinti provvedimenti consistenti in un decreto di sequestro preventivo ed in un sequestro preventivo d’urgenza. Sequestrati beni immobili e società commerciali nelle province di Napoli, Avellino, Frosinone, Latina, l’Aquila, Piacenza e Parma, per un complessivo valore stimato circa 160/180 milioni di euro.

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