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Storia/La prigionia di Antonio Gramsci a Formia

gramsci-prigionia-formiaTre colpi di frusta per salutare il capo del partito: così un vecchio carrettiere salutava ogni giorno Gramsci, rinchiuso nella clinica del dottor Cusumano a Formia.

La clinica, ora abitazione civile, è un palazzo a tre piani, in periferia, con la vista sul mare. Gramsci arrivò a Formia il 7 dicembre 1933, trasferito, sempre in stato di detenzione, dal carcere di Turi, dopo una breve sosta nell’infermeria del carcere di Civitavecchia.

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La targa in memoria di Gramsci a Formia

Le sue condizioni fisiche erano gravi. Già nel 1933 a Turi, il prof. Arcangeli gli aveva riscontrato gravi lesioni tubercolari, la presenza del morbo di Pott, arteriosclerosi e ipertensione: era lucido, ma anche psichicamente era provato. La clinica di Formia non era assolutamente   attrezzata  per curare  ed  assistere  un malato tanto grave, perché vi erano solo due medici generici – il dottor Cusumano e il dottor Ruggiero – per una trentina di malati, che tra l’altro, in alcuni periodi, erano molti di più. Anche il personale paramedico era scarso, poco professionale e preparato. Gramsci era sorvegliato da due agenti in borghese muniti di bicicletta, che restavano nella clinica, davanti alla sua stanza, dall’alba al tramonto, e  cui davano il  cambio altri due per la notte. Inoltre due agenti piantonavano la clinica, due il giardino e una pattuglia della milizia fascista faceva servizio permanente nella stazione ferroviaria, perché la direzione aveva raccomandato una sorveglianza speciale anche nel porto temendo addirittura che Gramsci potesse evadere, con aiuti esterni naturalmente, via mare. La cortina che il regime fascista gli aveva creato attorno, con lo scopo non solo di privarlo della libertà, ma di annientarne la dignità umana e culturale – “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare” aveva affermato, durante il processo del Tribunale Speciale, il pubblico accusatore Michele Isgrò, condannandolo nel 1927 a 26 anni 4 mesi e cinque giorni di reclusione – non gli impedì di comunicare con gli altri, di rimanere un uomo “vivo”. “Una sola cosa ci chiedeva, che noi rispettassimo in pieno la sua personalità, che in nessun caso e per nessun motivo lo considerassimo una persona esclusa dalla vita.

Voleva essere, come è sempre stato, prima di tutto un uomo vero”, così dichiarava in una  intervista a “Rinascita” nel 1963 il fratello Carlo. Nella clinica di Formia, Gramsci rimase per molti mesi a letto: non riusciva neanche a fare brevi passeggiate in giardino, come scriveva la cognata Tatiana a Pietro Sraffa, l’amico di sempre. L’inserviente Geltrude Casaregola, l’infermiera Concetta Vellucci e l’appuntato Antonio Zaccariello lo ricordano come un uomo gentile e riservato. Non parlava molto con loro, non faceva grandi discorsi, ma riusciva ad esprimere verso chiunque entrasse a contatto con lui una grande umanità. Una statura intellettuale ed umana  che veniva subito colta anche da quelle persone umili, non acculturate, non politicizzate, quali erano gli agenti, le infermiere, le suore, che durante tutta la sua permanenza nella clinica seguirono il progressivo deteriorarsi del suo fisico e colsero positivamente la lucidità, la dignità, con cui Gramsci sopportò la detenzione senza mai arrendersi, fino alla fine. Riusciva a comunicare, secondo le testimonianze a cui prima facevo riferimento, con semplicità con tutti, così come era riu-scito, egli giovane intellettuale sardo, a comunicare con gli operai della Fiat di Torino negli anni venti senza mai imporsi in modo autoritario, ma con la sola forza delle sue idee, con la giustezza delle sue argomentazioni. Un capo: tale rimaneva anche durante la prigionia, perché un vero dirigente è colui che riesce a trasmettere un messaggio e a far nascere negli altri una coscienza sociale.

Geltrude Casaregola, un’inserviente che aiutava in cucina le suore, da me intervistata nel marzo del 1977 nella sua casa di Coreno (paese della provincia di Frosinone), ricordava Gramsci con commozione: “Quando sono arrivata a lavorare nella clinica Cusumano, c’erano già sia Gramsci, sia il generale Capello. Gramsci parlava poco con noi, anche perché il prof. Cusumano ci aveva invitate a non fare domande e a non parlarne tra noi. “Gramsci non mangiava molto, alcuni giorni non toccava cibo. Il pranzo veniva portato ai carabinieri, che poi glielo servivano. A volte io stesso gli portavo il caffè. Era gentile, molto buono, quando mi vedeva mi salutava sempre per primo: “Buongiorno Geltrude”. Con me, spesso, c’era mia nipote, una bambina di circa cinque anni, e quando Gramsci ci incontrava si fermava a parlarle: un giorno le dette una canna e le disse che avrebbe potuto metterla a mare e pescare così dei pesciolini. “Passeggiava per un paio d’ore con i carabinieri o in giardino o davanti la clinica.

Pur non conoscendo tutti i particolari della sua vita, del suo arresto, sapevo chi era: ma per me era prima di tutto un uomo buono e gentile e quando parlavamo di lui tra di noi dicevamo sempre questo. “Era sempre sorvegliato notte e giorno; anche quando veniva una signora, la cognata, a trovarlo, i carabinieri erano presenti. Non aveva nessun rapporto con il generale Capello, erano molto diversi. Il generale era più alla mano, scherzava con noi, Gramsci invece era molto serio, dallo sguardo dolce e sofferente. Era malato, aveva la pressione molto alta. “Gli agenti di polizia e il personale della clinica capivano che egli non li riteneva responsabili del suo stato: cercava anzi di farli crescere, facendo emergere ciò che di buono c’era in loro: il senso di giustizia, con l’esempio della sua rettitudine, della sua onestà e della sua coerenza morale. Tutto questo non aveva bisogno per essere trasmesso, di sottili e capziose capacità oratorie.

Significativa la lunga testimonianza dell’appuntato Antonio Zaccariello, da me incontrato nella sua abitazione di Formia, sempre nel marzo del 1977: “Quando Gramsci e il generale Capello furono trasferiti a Formia nella clinica del dottor Cusumano, io fui distaccato alla clinica, come postazione fissa, addetto alla sorveglianza dei due detenuti. “Eravamo in tutto una compagnia di 12 persone: nove carabinieri, due graduati e due sottufficiali; ci davano il cambio perché i detenuti fossero sorvegliati anche la notte. Il Professor Gramsci (lo chiamò così per tutta la conversazione, con enorme rispetto) aveva una stanzetta con un balcone – naturalmente con l’inferriata – che si affacciava sul mare; lungo le pareti vi erano tante mensole di marmo, cariche di libri, giornali e riviste. Anche il tavolo sul quale scriveva e studiava era pieno di libri, di quaderni. “L’appartamentino” era costituito da due stanzette: un’anticamera, da dove noi attraverso lo spioncino della porta potevamo sorvegliare e non perdere mai d’occhio il Professore chiuso nella sua stanza. “Quando arrivava la cognata a trovarlo, assistevamo al colloquio perché dovevamo controllare che non si passassero armi o messaggi. La cognata veniva spesso: era una bella donna, simpatica, gentile, molto garbata. Con il Professore si comportava come una moglie: attenta, premurosa e interessata alla sua salute. Infatti le prime volte pensammo che fosse proprio sua moglie; poi però egli stesso ci disse che era la cognata e che la moglie viveva in Russia con i bambini.

Parlava sempre di loro e un giorno tirò fuori dal portafoglio la fotografia dei figli e ce la mostrò: era molto commosso. “Era gentile con noi: non faceva dei discorsi veri e propri, prolungati, non parlava mai di politica, non accusava il fascismo o qualche altro della sua condizione, non cercava di convincerci alle sue idee politiche. Non era né burbero né violento, era proprio una brava persona, una scienza: infatti nella sua stanza  leggeva, studiava e scriveva tutto il giorno, fino a notte inoltrata a volte. I giornali che leggeva non li ricordo, alcuni non erano neanche italiani. Aveva due ore d’aria e l’accompagnavamo a passeggiare in giardino; quando si ritirava nella sua stanza ci ringraziava per averlo accompagnato e lo stesso faceva molto gentilmente quando gli portavamo la posta. “Non si incontrava mai con il generale Capello; le due ore d’aria di cui tutti e due godevano, le facevano separati. Prima accompagnavamo l’uno, poi l’altro, Gramsci era più dignitoso, non si lamentava mai di niente; il generale, invece, si faceva aiutare sempre da noi per sedersi in  poltrona, per mettersi a letto, ma si vedeva che non aveva un effettivo bisogno. Il Professore no, aveva molta dignità, si vedeva che era una persona superiore. “Fino alla fine del 1934, quando fui trasferito a Gaeta, Gramsci non fu sottoposto a nessuna visita specialistica né radiologica: l’avrei saputo, altrimenti, perché noi avremmo dovuto essere presenti. Veniva a trovarlo ogni tanto lo stesso dott. Cusumano. Perché poi avrebbe dovuto curarlo? Secondo me stava bene, era stato solo (!) privato della libertà. “Gli feci notare che meno di tre anni dopo sarebbe morto, e che doveva pur soffrire di qualche male se lo trasferirono in un’altra clinica. “Sì lo so, fu trasferito in una clinica di Roma; ma se a Formia non era sottoposto a nessuna cura particolare, volva dire che non soffriva di nessun male”. (Logica stringente e sillogistica del “buon senso” di un uomo semplice). “Io lo ricordo come una brava persona, come una scienza. Un uomo che s’imponeva, che incuteva rispetto al di là del fisico”. Interessante a questo proposito la testimonianza di una donna che abitava nei pressi della clinica: “La prima volta che lo vidi, piccolo, gobbo, avvolto in una mantella nera da pastore sardo, tra due poliziotti, rimasi delusa. Mi avevano detto che Gramsci era il capo dei comunisti, un rivoluzionario, e lo avevo immaginato alto, imponente, e non così piccolo, minuto, stanco: però gli occhi erano chiari, vivi, penetranti, ti scavavano dentro. Si capiva, non so dire perché, che era un uomo straordinario”.

Formia, però, viveva con indifferenza la presenza del detenuto Antonio Gramsci: solo  poche figure dell’antifascismo sapevano chi fosse il sardo  rinchiuso nella clinica Cusumano. La scelta di Formia da parte del regime fascista fu dovuta, probabilmente, proprio a  questa diffusa mancanza di politicizzazione, a questa indifferenza della popolazione.

Benché ormai molto grave – ebbe infatti tre crisi acutissime che fecero temere il peggio – nel periodo formiano Gramsci studiava, meditava, continuava a seguire le vicende politiche del “mondo grande e terribile”, e scriveva tutto il giorno, chiuso nella sua stanza. Mentre il generale Capello (rinchiuso a Formia nello stesso periodo) andava a curiosare in cucina, scherzava con tutti. Gramsci per tutto il tempo che rimase nella clinica non si comportò mai in questo modo, come ricordava anche l’infermiera Concetta Vellucci, con la quale mi sono incontrata nello stesso periodo (1977) nell’ospedale di Minturno: “Ho lavorato per quarant’anni nella clinica del dottor Cusumano: quando Gramsci è arrivato, ero già lì. Lo ricordo come un uomo serio: studiava, leggeva e scriveva, chiuso tutto il giorno nella sua stanza. Passeggiava solo per un paio d’ore al giorno, sempre scortato dai carabinieri. Avevamo pochi contatti con lui, noi infermiere, perché i malati erano tanti e noi due sole, e poi perché il dottor Cusumano ci aveva detto di non fare domande”. Le chiesi se sapeva chi fosse Gramsci e perché fosse rinchiuso: “Sì, lo sapevo e per questo non parlavo molto con lui, temevo di dire qualcosa che non dovevo e che Cusumano lo venisse a sapere; anche fra noi del personale parlavamo poco di lui”. Le domandai perché Gramsci volle andare via: “Precisamente non lo so, a noi non dicevano niente, ma poi perché doveva rimanere? Si sentiva prigioniero in una stanzetta in mezzo alla campagna. Forse a Roma pensava di essere più libero”. Proprio in quel periodo Gramsci concluse l’ultima fase della stesura dei Quaderni. Rielaborò organicamente e sistematicamente le note arricchendole di alcuni spunti aggiuntivi. Dopo i primi mesi del 1935 non scrisse più nulla, le forze lo abbandonavano ormai, giorno dopo giorno, ma manteneva i contatti con il mondo esterno, con i punti fermi della sua esistenza, con gli affetti che davano un senso alla sua vita di recluso: la madre, i figli e la moglie. “Come si può amare l’umanità – si chiedeva – se si è incapaci di amare una singola persona?”. Nel 1934 ignora ancora che la madre è morta dal 1932, perché glielo hanno tenuto nascosto.

Con infinita tenerezza le manda gli auguri per l’onomastico. Il mare di Formia, che poteva vedere dal balcone della sua stanza al primo piano della clinica, gli fa chiedere al figlio Giuliano: “Hai visto il mare per la prima volta…Hai bevuto molta acqua salata facendo i bagni?…Hai preso pesciolini vivi o dei granchi? Io ho visto dei ragazzetti che prendevano dei pesciolini nel mare con un mattone bucato…”.Svolge con affetto il ruolo del padre, assente fisicamente, ma che riesce comunque ad affermare la sua presenza costante, umana e responsabile, per la qualità del rapporto che sa instaurare con i figli lontani. Anche Delio e Giuliano avvertono il legame che, malgrado tutto, li unisce al padre, tanto che, come Togliatti scrive a Sraffa, dopo la morte di Gramsci: “Delio è stato molto colpito dalla notizia, tanto da farne una vera malattia, con febbre…”. Gramsci non riesce più a studiare, a lavorare, a riposare, è tormentato dall’insonnia, il suo sistema nervoso è ormai precario. Manca a Formia della tranquillità di cui ha bisogno, avverte con disperazione la necessità di un trasferimento e in questo senso sollecita la cognata Tatiana perché se ne interessi: “… Puoi domandare se, tardando ancora una soluzione, sia possibile per me cambiare alloggio provvisoriamente a Formia stessa. Il malessere di oggi è dovuto, in gran parte almeno, al fatto che non ho dormito: è giunta la famiglia Cusumano e sulla mia testa è un continuo va e  vieni…”. Sempre nella stessa lettera del 25 luglio 1935, a Tatiana, aveva chiesto il trasferimento alla clinica di Fiesole, perché lì avrebbe potuto essere operato e curato dagli altri mali di cui era affetto: “Ti posso dire che mi pare utile spiegargli come è stata scelta la clinica di Fiesole e come si sia cercato di tener conto specialmente delle esigenze della polizia, perché io sono realista e non mi nascondo le difficoltà…”. Intanto proprio negli incontri con il fratello Carlo, con Tatiana che andava a trovarlo ogni domenica e a volte si  tratteneva per più giorni, e con Pietro Sraffa, si era avvertita precedentemente la necessità di inviare a Mussolini la richiesta di libertà condizionale, spedita il 24 settembre del 1934, secondo le norme dell’art. 176 del Codice di procedura penale. Il 25 ottobre del 1934, Gramsci ottenne la libertà condizionale e per la prima volta uscì con Tatiana dalla clinica. Secondo la testimonianza di Giuseppe De Meo, cognato di Bordiga, Gramsci e quest’ultimo si incontrarono a Formia nell’estate del 1935, mentre l’ingegnere napoletano si recava in bicicletta in un cantiere di lavoro. Non parlarono, si salutarono con affetto e commozione: “Ciao Nino” “Ciao Amadeo”. “Amadeo lo aspettava nei pressi della sua villetta, poco distante dalla clinica, quando sapeva che Gramsci sarebbe passato per la passeggiata, per salutarlo, senza aggiungere niente altro al semplice saluto.

Gramsci però gli fece sapere che non lo aspettasse più,  perché non voleva che gli agenti si insospettissero e gli venisse tolta l’ora d’aria. Per un breve periodo di tempo i due si scambiarono brevi messaggi tramite un’infermiera che credo si chiamasse Teresa, morta qualche tempo fa. “Amadeo fece pervenire ad Antonio anche del vino rosso, prodotto in casa, che io stessa gli portai. Lo stimava molto e ne parlava sempre con grande rispetto”. Al di là delle divergenze politiche molto profonde, Gramsci e Bordiga, che avevano condiviso un grande ideale sociale e le lotte contro il fascismo nascente, mantenevano una profonda stima reciproca. Gramsci partì da Formia il 24 agosto del 1935, accompagnato dal prof. Vittorio Puccinelli, ed entrò nella clinica “Quisisana” di Roma, dove morì il 27 aprile del 1937. Il fascismo aveva senza dubbio privato un uomo della libertà, ma non era riuscito a “impedirgli” di lavorare e di lasciare un grandissimo patrimonio di pensiero.

                                 (Mariangela Lombardi – “MARXISMO OGGI” n. 34 Maggio-Luglio 1989)

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