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AUSCHWITZ-BIRKENAU, LE PAROLE NON BASTANO: UNA MOSTRA A ROMA

Quattro foto della fucilazione di massa di 1.700 ebrei del ghetto di Mizocz (Ucraina), esposta alla mostra ‘Auschwitz-Birkenaù aperta al Vittoriale, sono l’immagine più impressionante e che davvero dà un poco il senso di quel che accadde, di cosa è stata la Shoah.

Ci sono gruppi di donne nude con in braccio i loro bambini nudi e poi fosse piene dei loro cadaveri ammucchiati. Lo stesso con la foto di alcuni uomini nudi a Buchenwald, che vengono rasati e disinfettati da altri prigionieri nel loro pigiamone a strisce. A 70 anni dall’istituzione dl campo e a 65 dalla sua liberazione, il 27 gennaio 1945, l’orrore è ancora evidente e anche l’umiliazione, la perdita di ogni dignità e pudore, che forse più di altro può far giungere un’emozione in chi visita oggi la mostra, aperta sino al 21 marzo a ingresso gratuito. E ancora i filmati dal ghetto di Varsavia e da quello di Cracovia, con bambini abbandonati agonizzanti per strada o il passaggio di carretti carichi di cadaveri nudi, ammonticchiati come sacchi.

«Le parole rischiano di risultare vuote di senso, addirittura fastidiose, mentre dovrebbero avere la forza di comunicare la verità e far rivivere l’emozione di quel che è accaduto», sottolinea il ministro Sandro Bondi, intervenuto all’inaugurazione con il presidente della Camera Gianfranco Fini e il sindaco di Roma Gianni Alemanno, presenti due sopravvissuti dei lager, Shlomo Venezia e Sami Modiano, oltre a Eli Wiesel, premio Nobel per la pace 1986. Così «la cultura ancora si interroga su quell’orrore», ha proseguito Bondi, aggiungendo che sono «le parole di alcune donne, da Hannah Arendt a Etty Hillesum, quelle che più sono riuscite a scandagliare e dare un senso a quel che è accaduto».

La mostra, aperta dall’immagine ingrandita di un avambraccio con impresso a fuoco il numero di matricola 182727 di Auschwitz, è stata curata da Marcello Pizzetti e Bruno Vespa con il coordinamento di Alessandro Nicosia e si avvale di reperti, documenti, foto, oggetti provenienti da oltre 40 musei di tutto il mondo: «Alle tre di mattina ho partecipato per la prima volta a un’Azione Speciale: l’Inferno di Dante paragonato a ciò mi pare una commedia. Non per nulla Auschwitz è definito campo per lo sterminio» annotava nel suo diario, il 3 ottobre 1942, un medico delle SS, Johann Paul Kremer, le cui parole sono tra quelle scelte per campeggiare su alcuni pannelli. Il percorso, un percorso della memoria, è diviso in sette parti tematiche e cronologiche per ripercorrere la storia e l’evoluzione dl sistema concentrazionario e la persecuzione e lo sterminio, prima con le fucilazioni poi con le camere a gas, degli ebrei, ma non solo, focalizzando l’attenzione sui due campi adiacenti che ne sono diventati ormai il simbolo. la chiusura è dedicata a «cosa si sapeva», che si focalizza sulla sorte dei persecutori, sui tanti processati, ma anche chi, come il famigerato dottor Mengele che appare in una foto, sono riusciti a sfuggire e non sono mai più stati trovati. Risulta insomma chiaro, da questa «piccola, ma molto bella e intensa mostra», come l’ha definita Eli Wiesel, che Auschwitz «è uno spartiacque della nostra storia, da cui l’Europa, dopo essere precipitata nell’abisso, è come rinata con principi e valori diversi. Dopo Auschwitz il mondo non è più lo stesso», come ha sintetizzato Renzo Gattegna, presidente dell’UCEI – Unione delle comunità ebraiche italiane.

DA AUSCHWITZ IL VALORE DEL DIVERSO. TRENO SINDACATI E SCUOLE RIENTRA IN ITALIA – «Auschwitz-Birkenau è un inno alla memoria dei diversi, è uno stimolo a cercare le nostre certezze altrove che da noi stessi, a credere fino in fondo nel valore intrinseco dell’altro, del diverso e del distante». È il messaggio che il sindacato lancia alle giovani generazioni con l’obiettivo di contrastare la crescita dei «segnali di un appannamento di quei valori alla base della lotta contro i totalitarismi che generano la Shoah». Con queste parole il segretario regionale della Cisl della Lombardia, Osvaldo Domaneschi, si è rivolto ai 650 tra studenti, lavoratori e pensionati che hanno viaggiato da Milano ad Auschwitz sul treno della memoria per visitare i luoghi dello sterminio e che oggi ripercorreranno a ritroso il viaggio come i pochi superstiti di una tragedia che, nel lager polacco, ha visto distruggere la vita di 1,2 milioni di persone, secondo le stime degli storici. «Abbiamo visto con i nostri occhi le tracce di una testimonianza – ha spiegato -, gli ultimi segni concreti dei milioni di persone scomparsi in questo campo, abbiamo ascoltato con le nostre orecchie i racconti di ciò che avvenne ed il silenzio che rimarrà per sempre, abbiamo sentito nel nostro corpo il freddo e il vento dell’inverno polacco». La temperatura durante la visita ai campi ha raggiunto i 20 gradi sotto lo zero e, il 27 gennaio del 1945, quando arrivarono i russi, trovarono 8 mila superstiti a combattere con i meno 35 gradi vestiti con una sola casacca di cotone in baracche non riscaldate. Lo spettacolo desolante di Birkenau, un campo costruito appositamente per contenere fino a 200 mila ebrei, è la prova tangibile dell’applicazione della fredda razionalità umana al più spietato sentimento di odio verso i diversi. I 650 pellegrini italiani hanno toccato con mano l’inferno del campo di concentramento con le prove che la Shoah non è un’invenzione, ma il risultato di un vero e proprio terrore scientifico che ha raggiunto una dimensione industriale. Nonostante il tentativo dei nazisti di cancellare i segni di orrore bruciando le baracche di Birkenau ed eliminando molti dei beni sequestrati agli ebrei, sono ancora visibili matasse di stoffa composta da capelli umani, quintali di scarpe, migliaia di valigie con il nome e l’indirizzo del proprietario e soprattutto latte vuote dello zyclon B, il gas disinfettante che, nelle dosi sperimentate sui primi prigionieri russi, ha consentito ai nazisti di attuare la cosiddetta «soluzione finale della questione ebraica». Oltre a fotografie, vestiti e incisioni sulle pareti effettuate con le unghie, al campo di Auschwitz è stata visitata la cella dove padre Massimiliano Kolbe è morto con un’iniezione letale dopo due settimane senza mangiare. Sotto vetro si è potuta osservare la razione giornaliera di cibo: mezzo litro di acqua al mattino, mezzo litro di acqua con verdure avariate a mezzogiorno e tre etti di pane che oggi sembrano un blocco di carbone la sera. Chi all’indomani non riusciva a lavorare era destinato alla camera a gas e quindi al forno crematorio. A regime la fabbrica del terrore riusciva a bruciare fino a 10 mila persone al giorno in quei forni che per il comandante del campo erano «l’uscita finale». Un blocchetto di biglietti ferroviari è la prova poi del triste destino degli ebrei provenienti dalla Grecia germanizzata che, per evitare la deportazione, credettero di acquistare il viaggio verso la terra promessa e invece giunsero ad Auschwitz. Dopo una mattinata di riflessione comune fra studenti delle varie scuole, con il contributo anche dei ragazzi francesi, il treno partirà dalla stazione di Cracovia nel primo pomeriggio alla volta di Milano.

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