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A 40 anni dal Watergate il giornalismo investigativo è a rischio

Il 17 giugno 1974 un gruppo di scassinatori, in giacca e cravatta e guanti di gomma, furono arrestati alle 2.30 del mattino mentre cercavano di entrare nel quartier generale del partito democratico al Watergate,
condominio di lusso di Washington.

Polizia e autorità, lo stesso portavoce del presidente Richard Nixon, in pochi giorni archiviarono il caso come azione «di scassinatori di terz’ordine». Ma non furono di quel parere Carl Bernstein e Bob Woodward, giovani cronisti del Washington Post, che cominciarono a
indagare e scrivere sul caso che esattamente due anni dopo, l’8 agosto 1974, costrinse Nixon alle dimissioni.

Il giornalismo investigativo americano non è nato con il Watergate – secondo alcuni storici è la diretta evoluzione dei pamphlet, che colpivano equalmente britannici e padri fondatori, del periodo rivoluzionario – ma quell’inchiesta ne ha costituito il simbolo e il capolavoro, fonte di ispirazione per generazioni di cronisti americani e di tutto il mondo. Ma ora, a 40 anni dall’inizio di quell’inchiesta, da più parti si sottolinea come oggi, nell’era di Internet e della saturazione delle informazioni, il giornalismo investigativo è fortemente a rischio.

Sono stati gli stessi Woodward e Bernestein – in un articolo a quattro mani pubblicato sul Washington Post qualche settimana prima di quello con cui oggi celebrano il 40esimo anniversario dello scoop della
loro vita, sottolienando come alla luce dei documenti emersi in questi anni «Nixon era anche peggiore di quanto pensassimo» – a lanciare per primi l’allarme, affermando che nell’era di Internet «un altro
Watergate sarebbe impossibile».

Nell’articolo pubblicato lo scorso aprile i due giornalisti hanno dato un giudizio non certo indulgente sulle nuove leve del giornalismo che credono che «Internet sia una lanterna magica in grado di illuminare tutti gli eventi».

«La verità di ciò che accade non si trova su Internet – scrivevano gli autori dell’inchiesta del secolo (scorso) – La Rete non può integrare, può aiutare a fare progressi. Ma la verità si trova dentro le persone, nelle fonti in carne ed ossa».

D’altro canto, questo modo di lavorare è il paradigma di un mondo che in gran parte non esiste più, hanno ricordato i due giornalisti, sottolineando come i loro capi all’epoca dell’inchiesta diedero loro il tempo e l’incoraggiamento necessari per lavorare ad una storia intricata e sfuggente. Si trattò di un «illuminante esempio di lavoro di squadra della democrazia», che nessuno dei due giornalisti ritiene oggi replicabile. Sia perchè le aziende editoriali sono oggi in gravi difficoltà, o perchè l’opinione pubblica americana ha minore interesse in vicende che non si presentino fin dall’inizio come grossi scandali.

Rincara la dose Leonard Downie, direttore esecutivo, dal 1991 al 2008, del Washington Post, dove ha iniziato come giornalista investigativo negli stessi anni del Watergate, che parla di «futuro del giornalismo investigativo a rischio in questa coatica decostruzione digitale del giornalismo negli Stati Uniti».

«Inchieste che richiedono lunghi periodi di ricerca sono diventate un peso per le redazioni giornalistiche sempre più rimpicciolite in lotta per reinventare se stesse e sopravvivere», è l’inclemente giudizio dell’anziano giornalista in un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul giornale in cui ha lavorato per 44 anni.

Ma i problemi per il giornalismo investigativo americano non si fermano a questi: l’ironia della sorte infatti vuole che proprio in questi giorni in cui si celebra il Watergate, l’amministrazione Obama abbia lanciato un’offensiva, da «tolleranza zero» come ha detto lo stesso presidente, contro i responsabili delle fughe di notizie riguardo ad informazioni sulla sicurezza nazionale.

«Wanted: Whistleblowers», titola oggi polemicamente l’Huffington Post, usando il termine usato in America per indicare chi decide di rivelare alla stampa segreti governativi che celano un comportamento illecito. Insomma quello che fece la ormai leggendaria «Gola Profonda» di Bernestein e Woodward. Dopo aver replicato con stizza – «è offensivo» – alle accuse dei repubblicani che indicano nella Casa Bianca la fonte di alcuni recenti scoop del New York Times – uno sulla campagna di radi dei droni Cia e un altro sul coinvolgimento Usa nella realizzazione di un virus informatico anti-Iran – Obama ha infatti incarico il ministro della Giustizia Eric Holder di incaricare due procuratori per avviare un’inchiesta sul caso.

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