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Il Manifesto compie 40 anni

È diventato grande Il Manifesto. Il neonato con il pugno chiuso, quello dell’immagine simbolo “la rivoluzione non russa”, ora è cresciuto: ha perso i capelli ed ha il nasone, ma dorme ancora con lo stesso pugno chiuso. Almeno così lo ritrae Vauro nella maglietta celebrativa dei 40 anni del quotidiano, che continua a definirsi con orgoglio comunista.

Anche oggi che il Pci non esiste più e che non solo la sinistra, ma tutta la scena politica italiana, è radicalmente cambiata rispetto a quel 28 aprile 1971, che vide il foglio per la prima volta nelle edicole. Una vita spericolata, condotta nel segno della protesta, controcorrente, spesso sull’orlo dell’abisso, quella del Manifesto. Quando sembrava destinato al fallimento, si è rialzato grazie al sostegno dei suoi lettori, mai rassegnati a privarsi dei titoloni più creativi del panorama italiano, delle grandi foto in prima pagina, della linea editoriale netta e indipendente, delle idee spesso radicali degli opinionisti, dei pezzi satirici di Stefano Benni o delle vignette di Vauro.

Tanti i volti noti che hanno frequentato la sede storica di via Tomacelli a Roma, lasciata nel 2007. Da Yves Montand a Manuel Vazquez Montalban, da Lula a Umberto Eco, che scriveva con lo pseudonimo di Dedalus. E ancora, solo per citarne alcuni, Gianni Riotta, Lucia Annunziata, Corradino Mineo e Gad Lerner. Lo spirito di protesta Il Manifesto c’è l’ha nel sangue. Il gruppo di fondatori, tra cui Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, fu espulso dal Pci, quando nel 1969 (allora il quotidiano era ancora una rivista mensile) assunse una posizione critica nei confronti dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Da allora il percorso rispetto al Partito Comunista fu parallelo, ma sempre indipendente. La formula, che prosegue ancora oggi, non prevede ‘padronì: è quella di una cooperativa tra tutti i lavoratori, che hanno lo stesso stipendio. Una colletta e via. Nell’aprile del ’71 Luciana Castellina e Valentino Parlato – racconta la Rossanda nel libro La ragazza del secolo scorso – spiegarono agli altri come si fa un giornale e tutti finirono a distribuire le quattro pagine del primo numero in via del Corso. L’Unità si chiese ‘chi li paga?’ e quella pagina rimase per anni appesa nella stanza amministratore ed ex operaio, Giuseppe Crippa.

La formula della cooperativa restò immutata quando, un anno dopo, Il Manifesto decise di presentarsi, senza grande successo, alle elezioni politiche. Non cambiò quando il gruppo si unì nel Partito di Unità Proletaria per il comunismo, rimasto in vita fino al 1984. E neanche, anni dopo, nel 2000 quando la sede romana fu oggetto di un attentato, o nel 2005 con la mobilitazione per il rapimento in Iraq della giornalista Giuliana Sgrena. Sopravvisse quando, per ben due volte negli ultimi anni, il giornale fu sull’orlo del fallimento per i tagli all’editoria e riuscì a risollevarsi con le donazioni dei lettori. Le copie vendute sono calate dalle oltre 35mila del 2000 alle poco più di 20mila degli ultimi tempi, ma l’avventura continua. Il 28 aprile ci saranno feste, con reading, dibattiti e concerti in tante città: da Ancona a Bologna, da Roma a Firenze, da Ravenna a Modena. Per l’occasione il quotidiano diretto da Norma Rangeri sarà in vendita a 50 centesimi con una tiratura di 120.000 copie, e in edizione rinnovata con più spazio all’inchiesta, agli approfondimenti, alla ricerca culturale e al dibattito politico della sinistra. I lettori potranno esprimersi con una testimonianza: un ‘io c’erò per rivivere l’avventura e un ‘io ci sonò per raccontare l’esperienza che continua.

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