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Ecco come funziona la censura, la lezione di Umberto Eco

«Esistono due forme di censura, una per sottrazione e una per moltiplicazione o eccesso. Per impedire che qualcosa venga detto o ascoltato ci sono due vie: o impedire che venga appunto detto o creare rumore nel momento in cui viene detto rendendolo impercettibile. Per impedire che una informazione venga percepita come rilevante basta annegarla in un contesto di informazioni irrilevanti».

Forse è questo il rischio maggiore, volutamente provocato e subito che sia, di chi vive nell’era dell’eccesso di comunicazione. A scendere in campo «a difesa dei diritti e dei meriti della memoria», ma anche «dei diritti e meriti della dimenticanza» è Umberto Eco, oggi protagonista della conferenza a classi riunite ‘Memorie e dimenticanzè all’Accademia Nazionale dei Lincei, di cui dallo scorso 12 novembre è socio per la classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche.

Un incontro, seguito e affollato, tra i molti organizzati dai Lincei, che il 28 aprile dedicheranno anche un omaggio a Rita Levi Montalcini, illustre Lincea, vincitrice nell’86 del Premio Nobel per la Medicina. Ne suo lungo discorso, Eco ha citato personaggi storici e pensatori, da Giulio Cesare a Borges e Nietzsche, ma anche esperienze personali ‘sul campò nell’era di internet e della tv.

«Mi riferiscono colleghi attendibili che a un esame del triennio un ragazzo cui venne chiesto a chi fosse stata attribuita la strage di Bologna, aveva risposto: ai bersaglieri», racconta il ‘professorè, elencando una serie di esilaranti e preoccupanti episodi scolastici, ma anche gli strafalcioni dei parlamentari interrogati dal programma Le Iene sul significato del 17 marzo. Risposte cui lui stesso, «pur decenne» a suo tempo avrebbe saputo rispondere. «Sarà che la riforma Gentile era stata più avveduta della riforma Gelmini», prova a ipotizzare. Ma non solo.

«Il problema è legato all’abbondanza delle informazioni – aggiunge – e anche alla possibilità di selezionare la loro attendibilità». Pur non traendo volutamente conclusioni, Eco più volte torna sulle responsabilità di internet. «È uno strumento democratico?», si domanda, elencando il ‘benè che ha fatto alla circolazione di informazioni in Cina o nel caso dei moti dell’Africa e Medioriente. «Però secondo me vale, al contrario, lo stesso discorso che ho fatto per la tv – dice – La tv fa bene ai poveri e fa male ai ricchi, intendendo ricchi non di censo ma di cultura. Può persino avere risultati dittatoriali in un sistema democratico. Ha ad esempio insegnato l’italiano a chi non lo sapeva, ma ha insegnato un cattivo italiano a chi già lo conosceva. Per internet vale il contrario» perchè «cultura è anche capacità di buttar via ciò che non è utile o necessario». E chissà se quel ragazzo, la strage di Bologna l’aveva cercata su internet, confondendo l’immagine del muro dilaniato della stazione con quella della breccia di Porta Pia.

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