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Parigi, in azione 3 squadre di terroristi addestrati

attacco-terroristi-parigi-13-11-2015-2Un commando addestrato diviso in tre squadre, armato fino ai denti e determinato a colpire gli obiettivi che si era prefisso con una tecnica militare: è l’identikit del gruppo di fuoco che ha seminato il terrore a Parigi e segnato l’escalation della guerra dichiarata dall’Isis con i primi attentati kamikaze nella storia continentale europea.

Una cellula «autosufficiente», con un passato combattente in Siria, secondo gli 007 di Londra. Almeno 8 i ‘martiri’ nell’assalto, secondo quanto rivendicato dallo Stato islamico, ma non si esclude che una manciata di altri terroristi sia riuscita a fuggire. «I terroristi morti sono sette», ha fatto sapere in serata la procura di Parigi. E si affaccia l’ipotesi che nel commando ci fosse anche una donna: è stata vista al Bataclan, teatro del massacro più sanguinoso nei sei attacchi parigini, dove sono morte almeno 89 persone. Il profilo dei jihadisti entrati in azione è molto simile a quello dei protagonisti degli attacchi del gennaio scorso contro Charlie Hebdo e il supermarket Kosher: giovani, votati alla morte, addestrati militarmente, con alle spalle l’esperienza della guerra, in questo caso siriana. L’unico identificato con certezza era di nazionalità francese, 30 anni, nato nella banlieue di Courcouronnes, definita «sensibile» dalle autorità. «Era noto ai servizi si sicurezza», condannato per reati minori tra il 2004 e il 2010, quando finisce negli elenchi degli 007 per la sua adesione all’Islam radicale. Al pari dei suoi compagni che hanno aperto la mattanza di Parigi gridando «Allah u Akbar». I tre team hanno agito da ‘professionisti’ perfettamente coordinati: «Sparavano con gli Ak47 a colpo singolo, 3-4 alla volta, tutti ben mirati e andati a segno», ha raccontato un testimone parlando della sparatoria davanti al caffè. «Sembravano soldati delle forze speciali», ha aggiunto. I bossoli di calibro diverso lasciano sul campo l’ipotesi che abbiano usato anche altre armi. Ma non c’è solo questo: secondo gli esperti della Difesa italiana, l’aspetto che più inquieta è la disponibilità del gruppo «di una rete logistica localizzata nell’area metropolitana di Parigi molto estesa e ben organizzata che ha consentito di pianificare l’attacco nei dettagli», ha scritto il direttore della Rivista italiana Difesa (Rid), Pietro Batacchi. Il gruppo ha potuto contare su «zone sicure, appartamenti e garage-magazzini altrettanto sicuri dove poter studiare gli obbiettivi, far arrivare gli esplosivi e assegnare i compiti».

Le banlieue di Parigi in cui è nato l’unico jihadista sinora identificato ha «aree santuarizzate che le autorità non controllano da anni», continua Batacchi: «In molti parlano già di flop dell’intelligence. Di sicuro non c’è stata prevenzione, o ce n’è stata poca, ma diventa anche estremamente difficile infiltrare ed inserirsi in realtà che possono contare su appoggi molto più radicati di quanto si possa pensare». Lo stato di emergenza e la sospensione di fatto degli accordi di Schengen mostrano «l’impotenza» dello Stato di fronte alla minaccia. Emerge poi il collegamento con altre periferie altrettanto minacciose: quelle di Bruxelles e del Belgio, da dove arrivarono in gennaio le armi per gli attentati nella capitale francese. Nel quartiere di Molenbeek – ‘casa’ della cellula jihadista di Verviers e di molti foreign fighter – sono scattate le perquisizioni e la caccia ad almeno 3 complici «residenti in Belgio». Oltre 5 gli arresti, ma le autorità mantengono il riserbo. Gli attacchi di Parigidimostrano «la gravità di un pericolo che non può dirsi ancora scongiurato», mette in guardia il Rid.

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