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Nozze gay bocciate, parla il giudice: Ho solo applicato la legge

 Non ci sta a passare per il giudice anti-gay e pasdaran della famiglia tradizionale. Ma, soprattutto, tiene a sottolineare che le sue convinzioni personali «non hanno avuto alcuna influenza» sulla sentenza che ha contribuito a scrivere.

Carlo Deodato, estensore del provvedimento del Consiglio di Stato che ha bocciato le trascrizioni dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero, invita a «leggere la sentenza» e rivendica di aver «soltanto applicato la legge».

Deodato – 48 anni, già capo del Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi, ai tempi di Enrico Letta premier, in precedenza anche capo di Gabinetto del ministero della Pubblica amministrazione – è finito nel mirino delle associazioni gay, che hanno scovato una serie di ‘indizi compromettentì sul suo profilo twitter. Innanzitutto, nell’account il giudice si definisce «giurista, cattolico, sposato e padre di due figli. Uomo libero e osservatore indipendente di politica, giurisdizione, costumi, società».

Quel ‘cattolicò ha fatto subito scattare l’allarme tra i circoli pro-nozze omosessuali. Sotto accusa sono poi finiti i retweet di alcuni messaggi delle ‘sentinelle in piedì e contro il gender a scuola. Il magistrato, al telefono con l’ANSA, sulle prime non intende replicare, spiegando che «un giudice parla con le sentenze». Poi, però, conscio del polverone mediatico sollevato, ci tiene a difendere con tutte le forze il suo operato e la sua imparzialità.

Giudice cattolico e anti-gay?. «Ho solo applicato la legge in modo a-ideologico e rigoroso, lasciando fuori le convinzioni personali che non hanno avuto alcuna influenza», ribatte con decisione. Peraltro, aggiunge «la sentenza è collegiale (oltre a quella dell’estensore, porta la firma del presidente e di altri tre consiglieri, ndr.), invece vedo che attaccano solo me. Noi – sottolinea – abbiamo ritenuto che tecnicamente la trascrizione delle nozze gay celebrate all’estero fosse illegittima e che il prefetto di Roma avesse il dovere di annullarle. Tutto il resto sono illazioni che non mi interessano. Io faccio il giudice dal 1992 in scienza e coscienza. La decisione presa è quella più coerente con l’ordinamento giuridico italiano. La sentenza è da giudicare sul piano tecnico e giuridico ed invito chi mi critica a leggerla».

Infine, il profilo twitter: l’ultimo cinguettio è del 15 maggio scorso: «Senza elite non si governa», il link ad un articolo da lui scritto sul Foglio in cui critica la «classe politica governante (composta, per la prima volta, da pochissime persone)», che ha «manifestato chiaramente l’intendimento di trascurare la tradizionale collaborazione dell’èlite amministrativa e di preferire un’assunzione diretta ed esclusiva delle responsabilità decisionali». Poi solo qualche isolato retweet, l’ultimo lo scorso 10 giugno. «Non uso mai twitter, avevo aperto il profilo tempo fa e – sostiene – mi ero anche dimenticato di averlo. Non lo consulto mai».

L’INTERVISTA. Andrea e Riccardo si sono sposati appena 20 giorni fa e oggi sono alle prese con la nullità dell’atto. «Lo sapevamo, ne eravamo consapevoli – dice in un’intervista all’ANSA Andrea Algieri, giovane stylist di attori – lo abbiamo fatto perchè intanto era una cosa, l’unica a disposizione in Italia. È un paese arretrato, da anni si chiede la legge sulle unioni civili e non arriva mai, l’iniziativa dell’ex sindaco Marino a Roma ci era sembrata di grande civiltà e così ci siamo fatti avanti, una firma, due fogli e via». Racconta Andrea, sposato con Riccardo Tinnirello, noto publicity manager cinematografico, che «dal 1 gennaio a 20 giorni fa quando siamo andati in Campidoglio solo 178 coppie omosessuali avevano fatto l’atto e non certo perchè gli altri gay non volevano: una comunicazione farraginosa se non proprio un boicottaggio ha impedito di saperne di più». Come vi siete sentiti quel giorno? «Felici ovvio, felici di poter fare una cosa bella che in un paese civile non dovrebbe essere vietata». E oggi? «Sinceramente non mi cambia granchè. Aspettiamo una legge che non arriva mai e pensiamo di aver firmato un atto giusto anche se puramente simbolico ma certamente un gesto per dire eccoci, non siamo diversi». La società è pronta? «Io ho visto tanti amici felici per noi che in quei giorni ci hanno mandato auguri».

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