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Cassazione: Così Mafia Capitale ha conquistato Roma

inchiesta-mafia-capitale-roma-arrestiUna forza intimidatrice basata non solo sulla violenza, rimasta il più delle volte inespressa, solo potenziale, ma sui rapporti con vecchi e nuovi amici entrati in politica e nelle società pubbliche. Accresciuta grazie alla «sistematica corruzione», che ha agito a due livelli, come tappo per le società concorrenti nell’assegnazione degli appalti e come bavaglio di «assoggettamento e omertà». E anche questa è mafia.

La Cassazione, enunciando un nuovo principio di diritto, ha messo il sigillo alle indagine della procura di Roma sul sodalizio che ha conquistato la Capitale. Per ora si tratta della ratifica delle misure cautelari per alcuni dei personaggi chiave, come Salvatore Buzzi, Franco Panzironi e Luca Odevaine (per il quale è esclusa l’accusa di mafia, anche se la Cassazione lo definisce un «vero e proprio insider al servizio di Buzzi»), ma è soprattutto la conferma che l’inchiesta della procura di Roma non incorre in un inciampo giuridico quando ipotizza l’applicazione dell’articolo 416 bis.

I supremi giudici ritengono il quadro delineato dalla Procura e convalidato da gip e riesame sufficiente a confermare, in fase cautelare, l’ipotesi accusatoria di un’organizzazione mafiosa a «raggiera» o a «reticolo» al cui vertice è stato individuato Massimo Carminati, non ricorrente davanti alla Suprema Corte, al quale gli ermellini riconoscono il ruolo di fulcro dell’inchiesta: «Persona dal rilevante ed assai noto passato criminale in ragione dell’appartenenza ai Nar, della contiguità con la banda della Magliana e dei numerosi precedenti penali in clamorose vicende giudiziarie».

Mafia Capitale, scrive la sesta sezione penale della Cassazione in due sentenze gemelle che vagliano le posizioni di sedici imputati (n. 24535 e 24536), «si è avvalsa di una capacità di intimidazione già collaudata nei settori criminali più ‘tradizionalì», per esportarne poi gli stessi metodi, ma «in forme più raffinate», in campo amministrativo ed economico-imprenditoriale dove «più che ricorrere all’uso diretto della violenza o della minaccia, ha sfruttato tutte le possibilità offertagli dal richiamo ad una consolidata ‘fama criminalè». Così la nuova mafia da «gruppo di potere criminale» si è insediata «nei gangli dell’amministrazione della Capitale d’Italia», «sostituendosi agli organi istituzionali nella preparazione e nell’assunzione delle scelte» ed è diventata sostanzialmente «monopolista» delle gare pubbliche: «l’associazione – scrive la Cassazione – ha potuto imporre il suo controllo su gran parte delle attività dell’amministrazione capitolina», con «l’asservimento di pubblici funzionari infedeli» o con «il diretto ricorso a forme di intimidazione», «senza lasciare spazio ai concorrenti» che non hanno nemmeno osato denunziare il sistema illecito. Una vera e propria «occupazione dello spazio amministrativo ed istituzionale».

Regole imposte «solo grazie all’accumulo di una forza criminale ben conosciuta e temuta nella realtà sociale, fatta valere da un sodalizio in grado di interagire con altre organizzazioni criminali». Carminati, ha potuto compiere un «salto di qualità» grazie alle frequentazioni con persone che negli anni avevano assunto importanti responsabilità amministrative, come Carlo Pucci, Luca Gramazio e Franco Panzironi, e soprattutto in ragione dell’accordo con Salvatore Buzzi. Le indagini hanno raccolto, secondo la Cassazione, «gravi indizi circa la consapevolezza, in capo ai sodali, di far parte di un’associazione criminale e della relativa ‘affectio societatis’», tanto da aver adottato «ogni possibile mezzo per tutelare la segretezza delle comunicazioni, in un contesto basato sulla regola dell’omertà verso i soggetti esterni»: vengono evidenziati tra l’altro il ricorso ad utenze dedicate e «gli appuntamenti in luoghi concordati attraverso riferimenti allusivi». Lo stesso Buzzi disponeva di uno strumento elettronico, un «jammer», «fornitogli da Carminati per disturbare le frequenze» e ostacolare le intercettazioni.

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